Il quarto mondo

Ieri ho pubblicato un pezzo dei 99 Posse che parlava delle morti sul lavoro, dei salari miseri, e di tutti i soprusi che i lavoratori devono sopportare per portare la pagnotta a casa…e senza fiatare, ovviamente.

Questo pezzo, mi ha fatto aprire il cassetto della memoria su uno dei lavori che ho fatto.

Molto attinente.

Ho lavorato parecchi anni nei negozi, passando dell’abbigliamento streetwear, alle calzature, agli abiti classici. Poi, non ancora satura, ho aperto un negozio per conto mio di intimo femminile & varie.

Dopo qualche anno, a cento metri da me, apre un colosso di abbigliamento intimo e cosciente della mia morte prematura come piccola bottega, ho trovato un compratore lasciando il commercio.

Mi sono messa a battere tutte le agenzie interinali per un nuovo impiego specificando di non volere proseguire nello stesso settore per ricaricare le batterie dal contatto col pubblico.

Dopo tre giorni firmai un contratto di quattro giorni per entrare in una fabbrica di confezionamento: operaia addetta al confezionamento in catena di montaggio.

L’agenzia mi ha detto chiaramente che le tessere sindacali non erano gradite.

Nuova esperienza. Mi andava bene, ma non benissimo.

I contratti mi furono rinnovati e lavorai circa un anno e mezzo con modalità di assunzione a tre e poi sei mesi.

Il lavoro non era eccessivamente pesante, ma incominciai a notare piccoli particolari di ineguatezza sia umana che nelle condizioni di lavoro, che avevo letto solo nei libri.

Le assunzioni, (a seconda della mole di lavoro) venivano riservate alle donne extracomunitarie, ma sempre col benestare dello zoccolo duro del personale che era lì da anni. I loro contratti erano rinnovati sistematicamente ogni sei mesi, quasi in contemporanea con la scadenza del permesso di soggiorno.

I bagni usati dal personale erano sempre intasati, sporchi e puliti sommariamente il venerdì (anche quando il personale era dieci volte superiore a quello solitamente in fabbrica). Certo, le pause venivano rispettate rigorosamente: cinque minuti ogni due ore, e un’ora per il pranzo, ma il resto era il quarto mondo.

Chi era lì da anni aveva capito l’antifona e si lamentava solo con le colleghe senza farne parola ai responsabili, per mantenere il posto.

Nessun tipo di riscaldamento o areazione, l’abbigliamento non era dato, fatta eccezione di due magliette da usare quando un nuovo cliente veniva a visitare la fabbrica, e le sale per mangiare erano senza nessun confort a ridosso del bagno: ho sempre mangiato su bancali accatastati fuori nel piazzale…decisamente meglio.

La mia esperienza si è conclusa con la mia faccia a due centimetri dalla faccia del responsabile con urla e insulti.

Il resto ve lo lascio immaginare. Mai nessuno si era permesso tanto, e bollata come sindacalista piantagrane, il mio contratto non è stato rinnovato.

La cosa positiva era lo stipendio che veniva pagato regolarmente.

Ora, questa non è una situazione grave, ma vederla e viverla sono due cose diverse: una come me non può girarsi dall’altra parte senza dire nulla.

Chi accetta condizioni disumane di lavoro per tutta una serie di motivi, abbassa sistematicamente la soglia di benessere del lavoratore: se lei sopporta, perché tu no?

Ho lavorato un anno e mezzo, con il contratto che scadeva rigorosamente il 23 di dicembre e ripartiva il 7 di gennaio, ho sopportato le mani cotte e i bicchieri bollenti appena usciti dalla caldaia, il mal di schiena a caricare bicchieri sul rullo otto ore.

La fatica non mi spaventa minimamente, sono i diritti non rispettati che mi fanno salire il sangue al cervello.

“Cercano di resettarci, perché hanno paura della memoria. L’antidoto è la conoscenza collettiva, è la cultura, è l’informazione.

Naomi Klein
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44 pensieri su “Il quarto mondo

  1. Il mio wp in questi giorni fa particolarmente di testa sua.. Commento qui, se riesco 😂 e che pezzone!!!!! E che gli vuoi dí ai 99… Post “giusto” nella speranza che siano sempre meno frequenti ma.. x come vedo le cose… ce ne sarà ancora per molto.
    Buona settimana ✊🏾

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  2. Perché ormai è stato sdoganato il discorso che il posto di lavoro è un “regalo” che ti fa il datore di lavoro, alle sue condizioni.
    Tu devi solo essere felice di lavorare.
    Lui detta le condizioni, tu le subisci.
    Lui decide tutto, lui si può permettere qualsiasi cosa, perché è già tanto che ti dia uno stipendio.
    La colpa è di Governo e Sindacati che hanno permesso leggi che garantiscono SOLO il datore, e MAI il dipendente. Garanzie di sicurezza sul alvoro, di continuità lavorativa, di orari, di stipendio, di ferie, di pause pranzo, di pulizia degli ambienti. Abbiamo perso TUTTO.

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  3. Ottimo articolo che spiega alcune cose. Il lavoro c’è o ci sarebbe ma passando sui diritti dei lavoratori. I) sindacati ci sono ma spesso non fanno il loro mestiere.
    I contratti a tempo, interinali, ecc sono la morte del lavoro. I lavoratori sono considerati, non sempre fortunatamente, numeri e non risorse. Se il made in Italy è poco competitivo i motivi vanno ricercati sull’organizzazione del lavoro e su quei pseudo imprenditori che pensano solo al guadagno immediato e non al futuro.

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  4. sono moltissime le ditte che lavorano tipo la tua, io ad esempio lavoro in una piccola azienda, per prendere commesse di lavoro e produrre il più possibile non ci fermiamo mai, solo nell’ora di pausa, poi di solito si fa una tirata unica fino all’uscita. Dobbiamo compilare delle commesse dove mettiamo il tempo impiegato per le varie mansioni, dobbiamo stare in quei tempi, possibilmente metterci anche meno. Oramai sono 12 anni che vado avanti così, quindi sono abituato, mi rifaccio nei week end, nel tempo libero, che occupo al 100%, non sto fermo un attimo. Purtroppo il mondo del lavoro in Italia è tutto un rincorrere profitti, pagare il meno possibile e cercare di tenere aperta l’azienda. Se si esce dal mercato è finita, la concorrenza sleale è sempre dietro l’angolo..🙄
    Ora per fortuna ho 15 giorni di ferie 😊😊

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  5. C’è ancora molta strada da fare, le lotte sindacali non sono ancora terminate evidentemente.
    Io lavoro come programmatore software, fortunatamente la domanda in questo ambito è elevatissima e di conseguenza veniamo trattati (abbastanza) bene.

    Penso che l’unica soluzione al problema sia la tessera sindacale.
    Il “non normale” e “il diverso” dovrebbe essere quello che NON ha la tessera.
    Per fare questo serve un fronte comune e la tecnologia può aiutare moltissimo.
    Si può utilizzare una banale chat WU oppure anche una chat anonima.
    Un posto dove si decide, in massa, di fare la tessera.

    Il problema che spesso vedo è fare il primo passo.
    Nessuno vuole farlo perché la posta in gioco è troppo alta.
    Perdere quel lavoro significa cadere nella disperazione, soprattutto se hai famiglia.
    Quindi alla domanda: “vuoi fare la tessera?”, la risposta sarebbe nella maggior parte dei casi “NO”.
    Ma alla domanda “tutti abbiamo la tessera, vuoi farla anche tu?”, la risposta sono certo che sarebbe diversa.

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  6. Proprio ieri mi ero andato a rinfrescare la memoria rileggendo il piano programmatico della P2 di Ligio Gelli poiché volevo vedere a quale punto fosse arrivato. Beh, direi che manca davvero poco. Certo, la distruzione della sinistra e dei sindacati oltre che della stampa furono tra le prime cose ad essere fatte e i risultati sono la precarizzazione della società ed un lavoro che, come volevano loro ha il massimo profitto e i salari più bassi. Questo post è l’ennesima conferma di ciò che siamo diventati.
    PS ricordo pochi litigi a muso duro come il tuo ma uno di questi, per questione di lavoro e rispetto avvenne proprio con quel cantante di quel gruppo che hai citato…

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    • Secondo me, se vivi in una certa maniera, con dei principi ben definiti, non riesci a stare zitto per molto. Sto leggendo un libro che si chiama “no drug, no future” ed è inquietante sapere che le droghe sono state inserite nel quotidiano delle persone per aumentarne la produttività e piegare le volontà.

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      • Io però ipotizzo anche che determinate persone amino subire o proprio caratterialmente siano più predisposte di altre a restare in silenzio. l’Italia poi è una nazione dove consciamente o inconsciamente la maggioranza delle persone gradirebbe una guida unica, forte ed autoritaria di cui potersi in silenzio lamentare e eventualmente, quando essa cada in disgrazia gioirne pubblicamente.
        Sul capitolo droghe sono in disaccordo nel senso che trovo quella definizione storicamente errata in quanto sono sempre esistite. Inoltre la parola droga genera troppa confusione perché comprende una infinita varietà di sostanze la cui linea di demarcazione tra quelle lecite e le altre è troppo sottile. Vero è però che, le mafie da un lato per quanto riguarda le sostanze illegali e le case farmaceutiche per quanto riguarda quelle legali hanno spinto in questo ultimo mezzo secolo per aumentare i loro profitti senza dimenticare lo Stato, anch’esso interessato a incassare danaro facile come con alcool e tabacchi. Invece credo che l’alienazione delle persone sia stata ottenuta con mezzi solo all’apparenza più semplici come la TV e il controllo dei media. Trent’anni fa se parlavi con un operaio questo era conscio del suo ruolo…oggi, e ti giuro, mi è accaduto spesso, se ci parli e gli critichi l’azienda, quasi quasi ti picchiano perché si sentono come se fossero loro i padroni! È assurdo ma è avvenuto un colossale lavaggio del cervello per cui un operaio pensa che non è il padrone che vuole fregarlo e sfruttarlo ma il sindacato (non esente da colpe), la sinistra (inesistente) e lo Stato che con le troppe regole e tasse costringe i loro padroni a licenziare! Questo è l’assurdità della situazione. Loro sono felici se possono avere l’iPhone come i ricchi o farsi una settimana alle Maldive e sentirsi ricchi postando foto e video sui social. Comprano auto da 30/40 mila euro e sono felici così…

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  7. Direi che il tuo è un grande post perchè ha dei meriti e perchè scriverlo costa dolore. Il fatto che sia un’operaia a scrivere e a parlare(e le altre, gli altri? si potrebbe dire … ma la paura è in agguato, anzi è dentro chi lavora …)delle condizioni in un luogo di lavoro. E non a caso ti hanno affibbiato il nome di “sindacalista”. Ecco, se si vuole acquisire forza per lottare e “prendere coscienza” bisogna per forza partire dalle proprie condizioni di vita. Nessun santo dal cielo, nessun sindacalista in carriera, nessuna protezione politica se non si mette in campo la propria forza e coscienza … starei per dire di classe. Cose di questi tempi difficile a dirsi e a farsi, ma pare che non sia mai il momento della lotta. Eppure i “ceti meno abbienti” prendono salari e stipendi risicati e diritti che spariscono se non si vuole essere licenziati. E la sanità, il diritto alla salute esiste ancora? E tutti, la maggioranza, possono permettersi di curarsi? L’elenco poi delle difficolta economiche potrebbe continuare. Comunque ti abbraccio forte.

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