Il mio senso per estetica & riciclo

“Il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore”.

Pier Paolo Pasolini

Da piccola passavo i pomeriggi del dopo scuola dai nonni, e mi ricordo quasi tutto del loro regno in condivisione: il nonno era il re del giardino, dell’orto e del garage dove teneva gli attrezzi in ordine maniacale, mentre nonna era la regina incontrastata della casa e dell’orto, ma i fiori erano solo e unicamente scelta del re.

I gesti lenti, la sapienza nelle loro abilità e attitudini li rendeva completi, unici.

La prima cosa che ho imparato dal nonno è il senso dell’estetica, con la mia consueta cromoterapia nel periodo di fioritura: passavo in mezzo al giardino sugli stradellini di mattoni e venivo invasa dalle sfumature di ogni petalo, dal profumo delle rose, da quello dei mughetto a maggio, dai gigli bianchi alti come me. Non c’era nulla che stonasse, tutto era armonico, l’orgoglio di mio nonno!

Mi sembrava di stare nel giardino di “Alice nel paese delle meraviglie”.

L’olfatto, invece, veniva lusingato da mia nonna, abile cuoca, che negli anni ha prodotto una cucina fusion tra quella veneta e quella piemontese con contaminazioni sarde: la sua torta paradiso alta come un mattone e soffice come un batuffolo di ovatta non l’ho mai più mangiata…

La sua casa era uno specchio, ma aveva anche altre abilità creative: dai piccoli rammendi, ai ricami con uncinetto o punto croce, al lavoro a maglia, e alcune volte “smontava” capi di lana che non servivano più ricavandone gomitoli (di solito li facevo io) per farne coperte.

Una sua coperta è dentro la mia cassettiera in legno.

La frase: “Lo tengo perché può servire” l’ho sentita centinaia di volte mentre nonna piegava i sacchetti del pane o lavava le scatole di plastica della ricotta, e di come un piatto vecchio diventava un sottovaso, o una ciotola per il cibo dei gatti.

Ovviamente, questa regola non scritta si applicava anche in casa con i miei genitori, che dopo aver usato un tal oggetto, lo portavano dai nonni per una seconda o terza vita.

Lo spreco non era minimamente considerato, e tutto godeva di vita longeva, perché chi cresce senza grandi patrimoni s’ingegna, non può permettersi di buttare nulla.

Alcune volte le cose che si ricavano da altre non sono bellissime all’occhio, ma se sono funzionali, perché cambiarle?

Basta usare la fantasia, senza spendere grandi cifre.

Tutto questo buttar via non lo concepisco…stiamo solo intasando discariche, inquinando tutto per un vezzo, per avere cose senza possederle veramente.

Certo, non si può tenere proprio tutto, ciò che è non riparabile deve essere buttato, ma non per strada, nei fossi…maledetti!

Diamo valore agli oggetti e facciamo in modo di trattarli con cura, e non con frasi: “Tanto costa poco, e se si rompe ne prendo un altro”. Sicuramente, la qualità delle cose è calata notevolmente con la produzione in serie, ma vuoi mettere comperare un maglione da un artigiano o in un grande magazzino?

Il prezzo sarà nettamente superiore, ma la durevolezza sarà maggiore.

Il consumismo è la tomba della cura per gli oggetti, perdendo il senso dell’unicità, del tempo impiegato per costruirlo, della passione intrecciata con il materiale usato.

NON SPRECATE! RICICLATE & RIUSATE!

“Tu sei il consumista perfetto. Il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa”.

Michele Serra