Amici è la parola sbagliata

Ogni volta che sono in procinto di seguire le notizie al telegiornale mi sale l’angoscia, e quando arrivano alla cronaca ho già i conati.

Non posso credere che dei ragazzetti, in branco, si avventino su una giovane indifesa ubriaca e fatta stuprandola.

Già la parola stupro è orrenda, ma che venga sistematicamente affiancata all’ abuso di…, o peggio ancora alla parola amico della vittima lì, m’incazzo proprio.

Il periodo più bello della vita è l’adolescenza, perché sei un foglio bianco e incominci a provare cose, situazioni, ambienti diversi dal tuo. E con chi lo fai solitamente? Con i tuoi amici.

Ovviamente, parlo per la mia esperienza vissuta intensamente e per la curiosità verso il nuovo mondo che mi si parava davanti. Ho incominciato presto ad esplorare insieme ad una cara amica presente ancora oggi nella mia vita: concerti in altre città, contest di skate e ogni motivo valido per stare in giro. Prendevamo treni, autobus, autostop. Eravamo sempre io, lei e parecchi ragazzi con cui condividevano tutto, spesso dormendo fuori casa insieme. Mai successo nulla anzi, si preoccupavano di riaccompagnarci a casa: ecco cosa sono gli AMICI.

Alcune volte mi capitava di viaggiare da sola, in treno, di notte. Anche qui, mai paura, nel mio cervello non c’era nemmeno l’ipotesi che potessero aggredirmi.

In questi anni c’è stato un incremento notevole di abusi, con descrizioni minuziose di particolari sulle vittime: com’erano vestite, se avevano usato droghe o alcol, se erano sole, se la strada usata era buia o isolata.

È giunta l’ora di darci un taglio! Qui si fa il processo alla vittima e non all’aggressore.

Ho sentito di una ragazza stuprata nel bagno di un locale e le loro amiche giravano il video.

Di chi è la colpa? Dove è finita la solidarietà tra donne? E poi, quali amiche? Davvero vogliamo continuare ad usare una parola così nobile per degli esseri umani non classificabili come tali?

Chi ti dà il diritto di violarmi, di commettere un crimine, di filmarmi e ridere delle tue gesta con quei quattro cerebrolesi che ti stanno a sentire?

Bisogna punire questi stronzetti, e nel peggiore dei modi, rovinarli per tutta la vita, scrivere nome e cognome e preservare invece l’identità della vittima.

Ho sentito frasi del tipo: “sono ragazzi”, “si sono divertiti”, “erano ubriachi”,  “sotto effetto di stupefacenti”.

Colossali balle!

Maledetti!

Cari genitori di questi mostri, siete voi che non li avete cresciuti nel modo giusto, che siete stati totalmente assenti e non avete curato le loro emozioni, il rispetto per gli altri, quindi si, la colpa è vostra e non della società, che viene tirata in ballo per pararvi le chiappe!

È sempre facile scaricare il peso dalle vostre spalle su concetti astratti, le solite quattro frasi di circostanza e mai un pentimento o un’ammissione di colpa piena.

Ora con l’internet, qualsiasi cosa succeda si viene a sapere immediatamente: le violenze sulle donne ci sono sempre state, da quando il mondo esiste, ma adesso, nel 2022 il branco terrorizza, paralizza e in alcuni casi, le donne stesse preferiscono tacere, che subire l’ulteriore umiliazione di non essere credute, di dover rivivere raccontando, di vedere che lo stato non punisce nel modo giusto e i processi durano mille anni.

La mia opinione personale? Io opterei per la legge del taglione…così, a sentimento!

LA VIOLENZA È IL SIMBOLO DI IMPOTENZA                                                           Anaïs Nin

Torna presto…📚✒

Una settimana fa mi sono decisa a lasciarti andare…e ti assicuro che non è stato facile.

Ho selezionato attentamente le mani che ti toccheranno, gli occhi che ti leggeranno, e so che avranno cura di te.

Sei nato con prepotenza nella mia testa, perché non sei stato deciso a tavolino: dapprima non ho dato peso ai personaggi che parlavano tra loro…avevo battaglie in terra da affrontare, dolore da reprimere per evitare, che i più deboli intorno a me ne avessero anche solo il sentore della tragedia che ci avrebbe colpito.

Battaglie e guerra sono state perse, e mi sono persa anche io per un po’.

Poi, lei ha smesso di litigare con gli altri personaggi in cerca d’autore e ha mirato me. Da allora, non ha mai taciuto un attimo, e l’unico modo per trovare il mio amato silenzio era scrivere di lei, delle sue giornate, della sua vita.

Anni lunghi, revisioni, pause e accelerazioni, litri di tè, Wasting Light come colonna sonora, e duecentodieci pagine dopo, il punto.

La mia amica da vent’anni e più, ne ha visto la nascita, l’evoluzione, la crescita e la fine: anche quando mi disorientavo, lei era lì per spronarmi a continuare. Non smetterò mai di ringraziarla (non solo per questo).

È stato letto da cuori sinceri (tranne uno), che ne hanno fatto recensioni utili, riflessive, indispensabili.

Cambiato, aggiunto, omesso, limato.

La parola “Fine” è arrivata: è stato come togliere il tappo da un lavandino colmo di acqua guardando il mulinello svanire nel buco, con tutte le emozioni provate nello scriverne.

Io non sono uno scrittrice, ma una che scrive per necessità.

Ora attendo che torni con nuove correzioni, abbellimenti e spero che l’editor a cui l’ho consegnato lo ami un decimo di come l’ho amato io.

Tè dell’anima mia…🫖

Ho iniziato a bere il tè in giovane età, per colazione e nei pomeriggi freddi, d’inverno.

Il supermercato aveva un’ampia scelta, ma non sono mai stata amante delle bustine: troppo polverose e poco sapore.

Più crescevo e più andavo alla ricerca di incroci strani, assaggiando qualsiasi cosa che trovavo iniziando a farmi un certo gusto personale.

Erboristerie, negozi di commercio equo solidale mi hanno spinto verso un mondo sconosciuto e fatto di tè, tisane di una qualità superiore, dei colori diversi, dei profumi inebrianti.

In media, durante una giornata consumo dall’ uno ai due litri di bevanda al giorno, tutti i giorni e in ogni stagione.

Ho trovato amiche che avevano la mia stessa passione di sperimentare e ci sono stati scambi intensi, degustazioni, recensioni.

È la mia coccola quotidiana, soprattutto quando scrivo, e posso con una placca usb (regalata da una mia cara amica) mantenere la temperatura della tazza costantemente calda.

Quando vado in giro ho la mia tazza di bambù da asporto che non mi abbandona mai.

Tè nero, bianco,rosso, verde…non sono razzista e bevo di tutto, l’importante che sia di qualità e che mi appaghi il palato.

Non posso farne a meno. La teina è come una droga…

Sicuramente la cerimonia del tè è un’altra cosa dalla mia consumazione, ma sono nata nella parte di mondo dove non è tradizione, però seguo religiosamente i minuti di infusione per gustarlo al meglio.

L’amore è l’amicizia non si chiedono come l’acqua, ma si offrono come il tè.

Cabina telefonica…state of mind

Chiedete a un giovane nato dopo il 2000 se sa cos’è una cabina telefonica, e ti guarderà come se avessi detto una parolaccia.

Io sono del ’76, e per me non c’è ricordo più bello. Ho ripensato a questa anticaglia trovando nel cassetto un gettone telefonico: inserito nella memoria si è aperto un mondo sepolto dalla polvere.

Quando dovevi fare telefonate che a casa non ti erano permesse o volevi avere privacy andavi nella cabina con la tua scorta di monete e gettoni, chiudevi le porte, alzavi la cornetta e digitavi il numero di un altro telefono fisso inserendo tutte le monete. Alcune volte si trovava anche l’elenco telefonico di città e provincia con le pagine gialle.

In seguito le monete, i gettoni sono stati soppiantati da schede telefoniche, ma la prassi era la stessa.

Ma non veniva usata solamente per telefonare, alcune volte era un rifugio per la pioggia, un orinatoio (specialmente quelle vicino alla stazione dei treni), una casetta per i senza tetto, un posto dove i tossici si facevano.

Si, nelle grandi città era tutto questo, era folklore. Scritte di ogni genere campeggiavano sui vetri: dalle tag dei writer, ai messaggi di vendita delle proprie parti anatomiche, alle proposte indecenti o insulti fantasiosi con tanto di numero telefonico.

Una sorta di bacheca strampalata e surreale.

Da due anni a questa parte disinfettiamo qualsiasi cosa tocchiamo e sarebbe inimmaginabile usarle, anche se esistono ancora, con un numero ridotto, ma resistono.

Con l’avvento dei primi telefonini e il mancato vademecum all’uso, vengono abbandonate le scatole rettangolari, il buon gusto di una conversazione privata e la divulgazione dei tuoi affari in pubblica piazza, via, autobus o negozio.

Si, perché il volume delle voci è sempre più alto, con noncuranza per chi vi siede affianco o vi passa vicino, come se foste sordi.

A me non interessa se il vostro gatto ha fatto la cacca sul tappeto o chicchessia vi ha tradito, e quindi è stronzo e gliela farete pagare…

Quanto mi mancano le scatole di contenimento emozioni…

Mi manchi come un concerto…

Ho visto questa frase scritta con lo spray su un cartellone, pubblicata come foto sull’internet l’anno scorso e l’ho trovata maledettamente romantica.

Si, perché i concerti sono una cosa che manca da più di due anni. Per chi era abituata, come me, a vederne in gran quantità è una vera tragedia non potere parteciparvi.

C’è stata una lieve ripresa quest’estate, ma parliamoci chiaro, vedere un live seduti e con la mascherina senza possibilità di movimento, è come stare davanti alla televisione e mettere un dvd.

Ovviamente, ci sono musicisti e musica che si prestano ad essere ascoltati anche così, (anche prima delle chiusure) ma la mia musica no.

Parlo di quella che sul palco ha muri di casse, assoli di chitarre, giri di basso e batteria che ti fanno scoppiare il cuore.

Il pogo non è un mucchio di gente che si pesta e si picchia, ma è espressione di tale musica, anche se ci sono persone che ci entrano solo per dare mazzate.

La mamma dei cretini è sempre incinta.

I concerti, per me, sono sudore e urla, calca contro le transenne, un’esperienza mistica che ti lascia afona.

Dell’avvento degli smartphone, anche qui, abbiamo raggiunto un livello di idiozia discutibile e angosciante.

Com’è possibile avere a pochi passi il gruppo o il musicista/ la musicista che ami e il tuo unico pensiero è fare il video del concerto schivando le teste di chi ti sta davanti?

Ma godetevi l’attimo! È necessario postarlo? A chi serve? A te o a chi ti invidia per essere stato lì?

Un’altra cosa che non concepisco è la corsa all’autografo o il maledetto selfie post concerto: dei musicisti che si rispettino suonano due ore e più…non è una passeggiata e magari hanno solo voglia di rilassarsi dopo. Penso sempre che i fans siano una brutta razza, alla stregua degli stolker. Non capisco la loro esigenza del feticcio a tutti i costi e quando mi dicono che questo è il prezzo del successo mi viene da urlare!

Mi è capitato, per lavoro, e alcune volte per fortuna, di trovare queste persone in giro per la città, come i classici turisti e con famiglia a seguito: non mi sono avvicinata come hanno fatto altri, perché mi sembrava di violare la loro privacy. L’invadenza è una grossa mancanza di rispetto.

Quando avete fatto il selfie guardate la faccia di chi avete costretto a farlo e poi…vergognatevi! Egoisti!

I concerti mancano tantissimo, la vicinanza con gli altri pure…tornate presto!

Mozzatevi le dita!

È da stamattina che ci penso, e come al solito, non riesco a star zitta.

È necessario, per riempire la tua triste vita, denigrare l’arte di altri? Su che parametri si basa il tuo commento, volutamente caustico e offensivo, verso le opere di qualcun’altro.

De gustibus tutta la vita, ma se non ti piace, possiamo fare a meno di saperlo. Trovo che sia di cattivo gusto e maleducato imporre la tua arretratezza mentale verso argomenti di cui non sai nulla.

Una canzone è solo una canzone, un disegno è solo un disegno: sono elementi statici, che si animano nel momento in cui la ascoltiamo o lo vediamo.

Certo, se poi la mettiamo in un contesto ambiguo e ne snaturiamo il significato, posso anche capire che risulti ciò che non è.

Negli anni ottanta, se facevi girare all’indietro una cassetta di musica metal, si sentiva la voce del diavolo, o 666. Poi c’è stato Kurt Kobain e il suo suicidio a cui sono stati attribuiti suicidi e colpe, e stamane mi è stato detto da Paola Pioletti che alcune sue opere possono inneggiare alla morte e di conseguenza lei non le pubblica più.

Come se un oggetto inanimato possa spingere qualcuno a fare gesti estremi.

Il potere della suggestione viene dato da chi si lascia suggestionare e non da chi presenta l’opera. Che qualcuno si debba autocensurare per evitare commenti ostili, non lo trovo giusto.

Facciamo così: non ti piace? Non commentare, non mettere like, e ti assicuro che nessuno sentirá la tua mancanza, né della tua persona, né del tuo veleno gratuito.

Nudità, morte, esoterismo, satana, stella a cinque punte, croce uncinata: possono essere simboli negativi, ma solo se partiamo prevenuti e se vengono usati, da chi li interpreta a piacere nella maniera sbagliata.

A questo punto mettiamo le mutande e reggiseni a tutte le sculture nude, il bavaglio a tutti gli opinionisti, chiudiamoci in casa aspettando la morte cerebrale.

Oppure, molto semplicemente…mozzatevi le dita prima di commentare e passate oltre.

Per Paola 🖤

Anemia sentimentale

In questi anni poco ruggenti, ma tendenti al miagolante ho notato che ormai c’è un filtro per tutto.

Aria e acqua mi sta bene, perché con l’inquinamento globale servono, anche se fa molto effetto placebo.

Quelli che non concepisco molto sono tutto il resto dei filtri, delle vere e proprie schermate protettive che non ci consentono mai di vedere quale sia realmente la verità, la reale immagine che i nostri occhi proiettano al cervello.

Mi spiego meglio.

Ai miei tempi (ho 45 anni e non sono decrepita) si usava fare le foto con la classica macchina con il rullino, quindi se avevi un pochino di occhio non mozzavi le teste ed evitavi lo sfuocamento da ubriaco: era un gran successo, ma lo scoprivi solamente quando estraevi le foto dalla busta del fotografo che te le sviluppava.

Adesso siamo tutti Helmut Newton, Man Ray, Oliviero Toscani e Letizia Battaglia.

Quello che loro creavano con l’arte assoluta dei loro occhi, con il loro stile, noi lo ricreiamo con i milioni di filtri. Si è coniato anche il termine “instagrammabile”, che si riferisce ad una fotografia creata ad hoc per comparire degnamente nei vari profili.

Abbiamo raggiunto la perfezione estetica, che io considero l’oblio della realtà. Perché limare le rughe, il naso, snellire e cambiare colori agli occhi? Tu non sei così…ti tocca cambiare nome al profilo!

Ognuno è comunque libero di fare ciò che vuole con la propria immagine, e se è una cosa che dà sicurezza ben venga, ma poi quando ci si incontra, la magia svanisce in un battito di ciglia finte.

Si scherma qualsiasi cosa ormai: purtroppo anche i sentimenti che passano quasi esclusivamente dal telefono, dai messaggi, dai vocali e perdono intensità, sbiadiscono.

Consegnamo i nostri batticuori filtrandoli attraverso uno schermo asettico e impersonale, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Non è così. Non lo sarà mai!

Cuoricini, faccine e siamo apposto, mentre il nostro cuore, magari, vorrebbe sentire ancora quella botta di adrenalina che ti ricarica e non leggere: “ti amo anch’io ❤”.

Lui, il signor Cuore, vuole fatti, vuole abbracci, vuole pelle d’oca, mica robe sintetiche e sterili.

L’intensità dei sentimenti va vissuta, che sia amore o odio, che sia rabbia o felicità: mi sembra che ‘sto telefono ci abbia relegato in un sottoscala, dove tutto ha solo toni di grigi senza nemmeno un picco estremo di colore.

Sfiltriamoci, e per la prima volta guardiamoci bene nelle palle degli occhi e ricoloriamo tutti i cuori anemici di un bel rosso sangue!

“La fotografia è un esercizio di osservazione e il risultato è sempre un colpo di fortuna” Isabel Allende

Mary Poppins style (outro)

Adesso si parla di cose serie, ma veramente!

Tutte le donne del mondo ravando nella loro borsa si sono sentite Mary Poppins, per la quantità di cianfrusaglie contenute all’interno, ma andiamo con ordine.

Ci sono moltissime variazioni che determinano il contenuto di questo accessorio indispensabile: età, professione, spostamenti, stato civile, occasioni particolari e lo stile nel vestire.

Riporto solo testimonianze delle donne conosciute nella mia vita e la mia personale esperienza.

Età: diciamo che da adolescenti le borse hanno un peso specifico molto irrisorio e il contenuto è risicato ad una decina di oggetti essenziali per la serata, per l’uscita. Si cambia spesso e le dimensioni sono contenute. Più si cresce, e più le borse “lievitano” occupando un volume maggiore da trasportare: si aggiungono manici e tracolle.

Professione: anche qui, le variabili sono infinite, ma grosso modo borsa capiente con tante tasche o scomparti portando  l’indispensabile e il superfluo per affrontare un certo numero di ore fuori casa. A volte viene supportata da un’appendice dove infilare il pranzo e maglione di riserva.

Spostamenti: se ti muovi in macchina è tutto più semplice, perché deleghi ai sedili e al baule sacche o borsine in cotone straripanti per ogni emergenza. Se invece usi i mezzi pubblici è tutto un altro paio di maniche: in quel caso la compressione, il sottovuoto prodotto dallo schiacciamento continuo e dalla stratificazione è essenziale.

Stato civile: sei single? Mamma? Moglie? Se sei “me, myself and i” siamo sulla dimensione accettabile,  se sei moglie con marito a seguito, solitamente anche lui usufruisce della capienza stipando cose sue, e quando passi allo stadio successivo di mamma, chiami una ditta di traslochi che ti porti la borsa.

Occasioni particolari: qui, tutto si restringe (cerimonie, feste, cene) e si ritorna alla fase adolescenza per una manciata di ore.

Lo stile nel vestire: classico, sportivo, punk, metà e metà? Quello che ha più possibilità di creare problematiche è proprio il classico per l’accuratezza dei particolari. Una volta le donne eleganti avevano sempre l’abbinamento obbligatorio: borsa, scarpe, cintura e non ci si poteva sottrarre, non era ammissibile. Era un attimo che scivolavi nel cattivo gusto!

Detto questo, e non volendo assolutamente scoperchiare il vaso di Pandora, ma soltanto spostare il tappo, apriamo la cerniera, il velcro, i bottoni e guardiamo dentro al nostro buco nero con tracolla.

Ogni donna ha tempistiche diverse per lo svuotamento periodico di questo accessorio insostituibile, e soprattutto se si cambia spesso: svuoti completamente o raccatti cose essenziali e cacci dentro nell’altra borsa? Apri tutti i taschini, la giri sottosopra o lasci che sostanze liquide o solide sconosciute facciano da fondo?

Ad ognuna la sua organizzazione o anarchia. Io non ho un metodo e non sono per nulla precisa, ma se dovessi quantificare con un numero gli oggetti contenuti sarebbe a due cifre sicuramente. Ho passato oltre la metà della mia vita a non usare la macchina, e anche se adesso sono automunita continuo a stipare tutto dentro la mia borsa, sempre la stessa da due lustri, a tracolla e comoda, che alterno con un’altra con la classica forma “a Mary Poppins”.

Quindi grazie Mary, con fantasia e metodo ci hai insegnato, che nulla è casa come la nostra borsa!

.

Mary Poppins style (intro) segue…

Il magico mondo di questa bambinaia tutta pizzi, merletti e rosa a propulsione in stile walt disney non mi ha mai convinto molto. Quindi, come tutte le fiabe rimaneggiate ed edulcorate da Walter per farne pellicole di “…è vissero felici e contenti”, sono andata alla ricerca dell’originale.

Sorpresa, sorpresa…Mary non era affatto così, anzi era una sciamana, una donna di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra il visibile e l’invisibile, fra adulti e bambini: nulla di più lontano dal personaggio creato e tanto amato dai bambini di tutto il mondo.

L’autrice Pamela Travers aveva preso spunto da una sua zia poco “cuoricini e dolcetti”.

Non ho mai capito quale sia il motivo di stravolgimento delle fiabe.

La vita non è così!

Ok, alcune sono macabre, difficili da digerire, ma non si può nemmeno continuare a far credere ai bimbi che sia tutto un bosco incantato…purtroppo non si ha sempre un lieto fine… proprio come nella nostra esistenza.

Se alla fine presenti solo e sempre una versione ripulita, senza scossoni, i bimbi si annoiano terribilmente e non hanno termini di paragone adeguati per poter scegliere. Solo e sempre un unico schema.

Detto questo, non dico che debbano vedere film horror e splatter, ma i libri con le illustrazioni dovrebbero mantenere le trame originali, perché la differenza tra leggere immaginando e guardare una pellicola già pronta per essere solo “subita”, è un abisso.

Non mi addentreró nel discorso di genere: fiabe da maschietto o da femminuccia. Le discriminazioni non mi sono mai piaciute, e mi incazzerei troppo.

Il perbenismo annebbia le menti, le intenzioni e rende tutti più anestetizzati, come sotto morfina: impariamo ad aver paura e a sconfiggerla, ad amare fortissimo, ma anche a odiare con la stessa intensità.

Riprendiamoci i veri colori delle emozioni!

Liste & playlist non pervenute…

È tempo di liste? È il 5 gennaio, quindi non è più tempo!

L’unica lista che compilo per problemi di memoria è sicuramente quella della spesa: corta, rapida, quotidiana.

Per tutto il resto non sono brava, ma nemmeno a fare lo schema temporale di un libro mentre lo scrivo: zero.

Come si fa a racchiudere “i tuoi migliori 10…”? In una vita mediamente vissuta con intensità hai letto una grande quantità di libri, ascoltato musica, viaggiato, visto mostre, film e documentari, cambiato look, colore dei capelli, città, case e paesaggi.

Tutto concentrato in 10 cose, mi sembra riduttivo.

Forse sono io che ho dei problemi a “recintare” i generi, a mettere paletti.

Prendiamo i libri per esempio, mio grandissimo amore, non leggo ibook perché lo schermo mi rende ostile la lettura, ma i miei 10 preferiti non esistono: avrei caratterische di uno che amo di più e sensazioni di un altro, la trama o il finale che ti commuove, frasi che ti segnano…come fai a sceglierne solo dieci? Impossibile!

La varietà della bellezza è un mondo sconfinato e soggettivo: più cose respiri e assimili, più i gusti si modificano, mutano.

Ciò che qualche anno fa era meraviglioso, magari adesso non ti piace più e viceversa.

So che “the best of…” aiuta notevolmente le ricerche di mercato, la produzione, ma possiamo scoprire qualcosa anche da soli o dobbiamo essere imbeccati su tutto?

Già c’è la pubblicità che condiziona e invoglia a possedere il superfluo però, non tutto può essere vendibile a tutti e le sensazioni non possono essere commercializzate…per il momento.

Bisogna sempre mantenere costante la curiosità, quella dei bambini con i loro “perché” a raffica e forse, dico forse, non avremmo necessità di liste.

Ci sono persone che usano il famoso schema “PRO e CONTRO” per prendere decisioni, perché dubbiosi sul da farsi. Lo trovo inutile: se non sei certo, e per opera di autoconvincimento usi questi stratagemmi, in cuor tuo sai che la risposta ce l’hai già.

Musica, cucina, abbigliamento, taglio di capelli, colore delle pareti di casa, giochi, libri, accessori, stilisti, scrittori, i nuovi ricchi, i vecchi poveri…sempre solo 10 come le dita delle mani.

Non cataloghiamo anche la bellezza, please!

Mistiche vibre & Co.🖤

Il mio anno incomincia quasi sempre con l’ozio più totale: il primo gennaio cerco di fare il meno possibile passando da letto a divano e viceversa: leggo, scrivo, mangio…sopravvivenza.

La partenza effettiva è il 2 di gennaio con un rito vecchio come me: l’acquisto del quotidiano cartaceo e un posto tranquillo dove poterlo leggere con qualcosa da sorseggiare. Adesso, con l’internet è sufficiente digitare e ti si apre qualsiasi notizia online, ma la carta è differente: fa parte della famosa “lentezza”.

Compero la Repubblica che ha un sacco d’inserti interessanti e l’Espresso…ovviamente degustibus!

Ho letto un interessante articolo di Gabriele Romagnoli che amo sia come giornalista che come scrittore, scoperto grazie a “solo bagaglio a mano”, letto per caso, ma adorato subito, come tutti gli altri suoi libri.

Il pezzo parlava di come, in questi anni, tutte le idee, i cervelli, si siano atrofizzati, che la vecchiaia dei brillanti pensatori e inventori, non abbia passato il testimone a nessuno di fresco, o propositivo e siamo fermi: quasi in retrocessione.

La paura? Mah!

L’assenza di contenuti? Forse.

Ma siccome è il 2 di gennaio sono in espulsione tossine cerebrali e fisiche ho la mente in pausa.

Una delle altre rare attività che ripartono qui a casa il due è la sistemazione libri sul comodino, perché si mettono via i regali scegliendo ciò, che verrà letto prima accanto al letto, e quello che riposerá in libreria.

Non poteva mancare, nelle ore bislacche trascorse lo svuotamento della borsa usata quotidianamente a cui dedicherò un post esclusivo.

Tutto ciò che è squisito matura lentamente.  Arthur Schopenhauer

Happy new year?

Ieri sera, con un ballon di negroamaro tra le mani riflettevo sui “buon anno” che sarebbero piovuti da lì a poche ore dalle persone care.

Ogni anno ci crediamo, è un passo importante scavallare questa transenna con felicità, ma le aspettative su un qualcosa di astratto sono sempre pericolose.

È come se, dopo una lunga camminata in salita, passassimo lo zaino della sopravvivenza a qualcun’altro, al nostro compagno di scalata.

Delegare ad un concetto il nostro benessere psicofisico non è sano. Cosa si può fare, allora?

Riprendiamoci il nostro zaino e trasportiamolo noi, perché è solo nostra responsabilità il nuovo modo di vivere, di approcciarsi alle difficoltà tenendo accanto il più possibile le gioie e le persone che gioiscono con noi, allontanando chi rema contro, chi ha invidia per i tuoi piccoli traguardi e ti guarda come se non avessi fatto niente.

La vita è una serie di viali, viuzze, vicoli ciechi, salite e discese: sta noi scegliere il passo, il tempo, le pause, se tornare sui propri passi o abbandonare la strada comoda senza buche, per percorrere una stradina stretta, un pochino in penombra.

Ogni tanto l’incertezza paga.

Lasciamo la sicurezza per il brivido della scoperta usando l’ansia come lucina che si accende quando un qualcosa è nuovo, difficile, ma appagante alla fine della strada.

Cosa più importante di tutte: amatevi, perché siamo bisognosi di sicurezze personali, di forza emotiva.

Amatevi, ancora prima di amare…sempre!

La lentezza, la noia…

“La lentezza”, oltre ad essere un meraviglioso libro di Milan Kundera trovo che sia la condizione ottimale per una vita lunga e duratura.

Tutto veloce, tutto subito, anzi “ieri” ed è un affanno quotidiano.

“Il logorio della vita moderna” era lo slogan di una pubblicità antica, che ancora ricordo. Si, tutto questo correre senza fermarsi, piaceri indispensabili ridotti ad antipasti della vita e non a portate principali: qui non ci si gode più niente!

Eppure, basterebbe rallentare un attimo e sedersi su una panchina qualsiasi e guardarsi intorno per capire, che tutto scorre anche senza di noi.

Riscopriamo la noia, spegniamo tutti i suoni, ricerchiamo un silenzio tenue, rassicurante, provando a sentirci dentro, quasi a sincronizzare i pensieri col battito del nostro cuore.

C’è sempre tempo per fare tutto e ciò che non si riesce a fare oggi, lo si farà domani: dedichiamoci delle ore di qualità per fare ciò che ci piace.

Poi, un’altra cosa che mi lascia perplessa è l’uso della parola noia: in alcuni casi è quasi alla stregua di una bestemmia, del diavolo, dell’ Innominabile, perché non è produttiva, non serve a nulla, mentre in altri è usata a sproposito causa troppe sollecitazioni, delle esperienze (alcune determinanti per la crescita personale) bruciate in un soffio, non godute appieno.

Troppo presto, troppo in fretta.

Che dire? Non è semplice diminuire il passo con cui si affronta la giornata, però ci si può tentare cercando di ritagliarsi una manciata di minuti nelle ventiquattro ore, in cui darsi tregua, non pensare a niente e nessuno…amarsi un po’ significa anche questo!

“La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo” La lentezza “Milan Kundera”

Bottegaio del mio cuore!

Parto da una piccola precisazione: odio i centri commerciali e i grandi supermercati e mi ritrovo sempre a fare spesa nei medesimi posticini.

Sono abitudinaria quasi per pigrizia e non mi piace fare la spesa, quindi amo entrare in un posto familiare, dove sanno esattamente cosa voglio.

Il saluto è essenziale quando entro in una bottega e il “come stai?” dopo tanto tempo che ci si conosce è quasi un obbligo, perché si instaura un tipo di rapporto umano che va al di là della semplice vendita.

Mi piace che sappiano come mi chiamo, la mia quotidianità ed è tutto molto veloce, ma gradevole.

Certo, magari la merce costa un pochino di più, ma avendo vissuto in una grande città e in un paesino da migliaia di anime, mi è sempre piaciuto aiutare le realtà piccole, che la grande distribuzione non ha bisogno dei miei soldi!

Mi è capitato una volta di fare la spesa in un grande ipermercato e passare davanti allo scaffale del te. Da estimatrice mi sono fermata a curiosare: alla fine non ne ho preso nemmeno una confezione, perché ero parecchio confusa, stordita.

La scelta mi sta bene, ma il troppo mi disorienta. Per quello amo la bottega e chi ci lavora dentro.

Restiamo umani…finché si può.

Da piccola c’era il vinaio, il lattaio, il droghiere e tutti conoscevano tutti diventando posti di raccolta informazioni, ufficio collocamento, l’ultima pagina dei quotidiani e deposito oggetti di qualsiasi genere. C’erano le caramelle nei barattoli di vetro che io comperavo facendo la cresta sul resto della spesa, perché sapevo che ne prendevo una, ma la vinaia me ne regalava altre due.

Ci sono magie che ti rimangono impresse nella memoria, e non ti lasceranno mai.

A testa alta!

Mancano una manciata di giorni alla fine dell’anno, e ognuno di noi ha riti scaramantici per buttare il vecchio accogliendo al meglio il nuovo anno.

Non tutti, eh! C’è anche chi tra 31 e 1 non fa neanche una piega e prosegue un giorno dopo l’altro senza fare attenzione, se non fosse per il cambio di calendario o agenda.

Io sono una via di mezzo, ma quest’anno mi concentrerò di più del solito sulla chiusura del 2021.

Molte cose non mi sfiorano, altre le ignoro, ma quelle persone che ti inquinano l’aura vanno proprio eliminate.

Partirò dal solito giro di rubrica del telefono lasciando i numeri utili e indispensabili, cancellando senza pietà il resto.

Mi dispiace essere così drastica, ma la vita lo è.

Chi non ha avuto riguardo dei miei sentimenti, chi mi ha usato e poi accantonato, chi cospira alle mie spalle senza nemmeno troppo “alle mie spalle” è da togliere. Certo, sono stata stupida io a voler sempre dare un alibi, una motivazione a comportamenti poco corretti, a fare della beneficenza, ma poi torno nella mia e fine.

Nel mio piccolo mondo privato, fortunatamente, ho chi mi vuole bene e da tanto tempo.

Non c’è sicurezza più importante per me!

Se tutti eliminassero le loro scorie ristagnanti nell’anima, e senza troppi giri di valzer inutili, si risparmierebbero dei grandi mal di testa e zavorre che appesantiscono le giornate.

Senza rancore, eh! Qui non sei più persona gradita: trovati qualcun’altro a cui accollare i tuoi problemi sperando che te li risolva, rubare tempo e energie altrui, sparlare di tutt* credendo di essere super!

Gli ultimi dieci anni sono stati camaleontici, a sprazzi ridicoli, terrificanti e divertenti, ma il 2021 è stato diverso per me: lento, introverso, timido, a volte impacciato…non è mai partito, come fermo in discesa.

Non ho aspettative di nessun genere verso l’anno che verrà e ho solo una certezza: sarò pronta, qualsiasi cosa succeda e affronterò tutto a testa alta!

Liste dei buoni propositi mai compilate: tanto non li mantengo. Il nome del mio blog è la mia filosofia di vita: basso profilo e soprattutto “volare basso e schivare i sassi”, sempre.

…COMUNQUE VADA SARÀ UN SUCCESSO!

Home sweet Home

Ho sempre amato la parola “home”: il suono e il significato, perché è diversa da house.

Tutti, bene o male viviamo in una casa: bella, fatiscente, con pochi mobili, da tinteggiare, in affitto o mutuo, con dei vicini o sperduta fra le montagne, ma a volte non è propriamente “home”.

Le motivazioni per cui un rifugio, un posto sicuro dove deporre le armi sullo svuota tasche e camminare a piedi nudi, diventa house anziché home possono essere infiniti: coinquilini insopportabili, la paura della solitudine, genitori rompipalle, insonnia da rumore, vicini discutibili.

Da quando ho lasciato la casa dove sono nata e cresciuta come scatto di crescita personale, qualsiasi scatola con tetto e mattoni è sempre stata “home”, e non potrebbe essere altrimenti.

Sento l’esigenza di poter rimanere in un posto solo se mi sento a mio agio e libera: alcune volte ci sono situazioni a cui non ci si può proprio sottrarre, quindi stringo i denti e non appena arrivata a casa mi rilasso…sono salva!

Ho uno stile non minimal, quindi per ogni trasloco fatto, la quantità di cose riportate era sempre in aumento, ma per me erano ricordi insostituibili e mi sembrava giusto che abitassero con me.

Non sono un’accumulatrice seriale, e cerco sempre di riciclare prima, e buttare poi, ma sono sempre oggetti con una storia, un passato, un ricordo di chi me lo ha regalato, dove, quando e perché. Hanno un’anima, perché è un frammento di mia vita condivisa con qualcuno di importante, che magari non c’è più o è lontano, e mi vuole bene.

Non parlo solamente di fotografie, libri o lettere, ma di piume, foglie secche, biglietti di treno o di concerti, scatole, foulard, quadri, penne, bottiglie di vino vuote, flyer di manifestazioni, perline di collane rotte in mezzo alla strada, sfere di cristallo, candele.

Lontano dagli occhi, ma mai dal cuore.

Ogni home che ho avuto da sola o condividendola è stato il porto sicuro per tutti i miei cari, non solo per me: nessuno ha mai avuto soggezione o imbarazzo acclimatandosi subito e usandola quando la vita non dava tregua, molte volte anche quando io non c’ero.

Chi ti conosce non ha bisogno di ordine maniacale e la cena pronta, ma solo di un bicchiere con qualcosa di forte e del silenzio interrotto solo dalle vostre risate o dai suoi singhiozzi o dai tuoi: toglie giacca, scarpe, armi e si lascia andare ad occhi chiusi sapendo che tu sei pronta a prenderl* senza lasciarl* cadere…

Senza parole!

Rifletto sempre su ciò che mi circonda, ma soprattutto su chi ho attorno.

Non sono mai stata una persona facile da prendere, da gestire, da amare, ma chi si è avvicinato timidamente a me, senza giudizi o preconcetti poi, non mi ha più lasciato.

Non perché io sia speciale, semplicemente perché so amare tantissimo senza mettere paletti, sono sempre disponibile al confronto senza però cercare di farti cambiare idea: possiamo rimanere delle nostre opinioni divergenti, ma essere amici lo stesso.

Da giovane ero molto più intransigente e c’era solamente il bianco e il nero. Crescendo ho appreso che esistono sfumature differenti e che bisogna rispettare anche queste.

Di primo acchito sembro stronza, sempre, ma se guardi bene e non ti fai intimorire dal mio sguardo o dal mio look total black, potrei stupirti.

Ho avuto delusioni talmente grandi dai bipedi (in special modo nella sfera femminile) che qualsiasi altra persona avrebbe dato doppia mandata alla porta senza permettere a nessuno di entrare, ma io no. Cerco di vedere del buono anche se dalla puzza non sembrerebbe.

Quello che proprio non sopporto sono i volta faccia, le meschinità, le bugie dette alle spalle, perché se ti rimangono delle nocine rinsecchite che chiami attributi, affrontami: come dicono a Roma “viemme sotto”.

Le cose riportate da chi ti vuole mettere in cattiva luce in una cerchia ristretta di persone per ingraziarsi qualcun’altro sputtanandoti o dicendo malignità, ha sempre vita breve, e sicuramente ti guarderò dal bordo della fossa che ti stai scavando ridendo di gusto.

Poi, ci sarà la fase successiva: la vendetta.

Non avendo mai fretta, tu ti sarai già dimenticat* di me, ma io ricordo benissimo tutto, e quando ti sentirai al sicuro, e lì che deve tremarti l’elastico delle mutande!

Sarebbe tutto molto più semplice se ognuno di noi affrontasse le chiacchiere da shampista divulgate e andasse a chiedere: ognuno deve essere responsabile delle proprie parole e delle azioni commesse.

Ma no, è più facile ridere alle spalle, farsi gioco di chi diventa il tuo bersaglio, il giochino che riempie le tue giornate vuote e afone.

Sappiate che, io vi vedo, anche se non sembra, percepisco i vostri sguardi, vi sento bisbigliare: non mi frega assolutamente nulla di voi, di ciò che pensate, di cosa dite, di come lo dite e a chi, perché se le vostre cattiverie vengono ascoltate e soprattutto credute, siete fatt* della stessa pasta.

PIÙ PICCOLA È LA MENTE PIÙ GRANDE È LA PRESUNZIONE ESOPO

Libero arbitrio

Il libero arbitrio è un concetto filosofico e teologico secondo il quale ogni persona ha il potere di decidere gli scopi del proprio agire e pensare, tipicamente perseguiti tramite volontà, nel senso che la sua possibilità di scelta ha origine nella persona stessa e non in forze esterne. 

Amo queste due parole insieme e adoro possederlo. Le costrizioni sono un peso ingombrante da portare, sia fisicamente che mentalmente, ma non è sempre possibile decidere in totale libertà, senza suggestioni esterne, perché viviamo in una comunità: tante teste, tante opinioni.

Il libero arbitrio è un periodo che se la passa male, lo vedo maltrattato e schiacciato da un moltitudine di situazioni difficilmente affrontabili.

Risorgerá come la fenice? Solo il tempo ce lo dirà!

Nel frattempo che aspettiamo la rinascita cerchiamo di tenerci allenati, e prendiamo decisioni non facendoci travolgere dal volere altrui. Pensiamo di più con la nostra testa, reagiamo al torpore cerebrale che avvolge questi anni.

Mi capita spesso di pensare agli influencer: com’è possibile che il mio stile nel vestire, nell’acconciatura, nel pensare venga solo minimamente influenzato da qualcuno che nemmeno conosco?

Per me resta un mistero.

Siamo esseri pensanti, no? E allora usiamo il cervello senza bere tutto come oro colato.

Capisco le mode, capisco il make-up, ma il resto dovrebbe essere potere decisionale dell’individuo.

Ogni post che leggo trovo sempre nei commenti chi si schiera da una parte o dall’altra senza realmente informarsi: …solo perché l’ha detto Tizio o Brunilde.

A forza di non far girare le rotelline autonomamente, queste si bloccano.

Non c’è più quel profumo di tempesta ideologica per strada, di rivoluzione, di lotta e ideali. È tutto un trascinarsi e vivere in funzione del pensiero di altri.

Sono leggermente preoccupata!

Anni di manifestazioni, occupazioni, proteste ed è tutto spazzato via dagli influencer, dagli opinionisti, da chi ha sempre la risposta pronta per ogni quesito.

Voglio il silenzio. Mi serve come l’aria, e invece c’è sempre un brusio di fondo che m’innervosisce.

È proprio questa eredità sterile di concetti che vogliamo lasciare alle nuove generazioni?

“Mi piacciono le persone che dicono quello che pensano, e soprattutto mi piacciono le persone che fanno quello che dicono!” Mafalda

.

A caval donato…

Tempo di regali!

Penso non ci sia una via di mezzo: ami o odi fare cadeaux, poi c’è un sottogruppo che ama farli ma non nelle feste comandate e qui si apre il dibattito.

Alcune volte, l’obbligo a dover ricambiare ci porta a comperare cose inutili, senza valore sentimentale per noi o per chi le riceve, solo per sbrigare il compitino e contraccambiare facendo apparire la famosa stanza dei “regali orrendi” e nemmeno così tanto riciclabili: se ri-regali qualcosa di terribile a qualcuno, perlomeno che ti stia un pochino sulle balle!

Poi c’è il mio dramma personale: fare i pacchetti. Lo so che è un’arte anche quella, perché ci sono veri e propri tutorial che spiegano come confezionare regali di qualsiasi forma, dimensione e grandezza, ma per la mia scarsa abilità e dimestichezza col tema, dovrebbero essere tutti rettangolari: i libri mi vengono bene, non benissimo. Il resto è tutto un agglomerato informe con scotch ovunque.

L’importante è conoscere i propri limiti.

E quando scarti un pacchetto e ti hanno regalato un completo cuffia e sciarpa rosa maialino? Quale sarà la tua faccia? È da quasi tutta la vita che ti vesti di nero…

Ecco che entra in campo “a caval donato non si guarda in bocca”: ringrazi, accenni una smorfia simile al sorriso di Frankenstein e mentalmente pensi a chi lo puoi rifilare.

I regali si accettano sempre, ma chi ti pensa mentre lo sceglie, ti conosce veramente?

Eppure lo pensavi, o ci speravi.

Nel dubbio, non regalate niente o state sul vago: alcol, libri, cibo sono sempre ben accetti.

Paure,Psicosi, Scaramanzia, Manie & Co.

Da piccini, (almeno quelli della mia generazione) il deterrente più gettonato per paralizzarci e non farci fare cose era “l’uomo nero”: questa losca figura nascosta nel buio che veniva nominata da genitori e nonni ad oltranza.

Crescendo, abbiamo scoperto che non esisteva, ma qualcuno di noi ha ancora paura dell’oscurità e dorme con la luce accesa.

Traumi infantili ne abbiamo?

Trovo che la paura dell’ignoto in qualsiasi forma, per molti sia castrante, mentre ad altri dà una scarica di adrenalina talmente goduriosa da renderli dipendenti, perché è una droga potente: fu così che furono creati gli sport estremi o qualsiasi cosa pericolosa procuri quella sensazione.

In soldoni: ti puzza la vita, eh!

Affrontare situazioni nuove, prove difficili ci può spaventare, e se a questo si aggiunge la cara vecchia amica ansia, è un delirio!

Non credo ci sia una formula alchemica che possa sconfiggere l’ansia da prestazione, se non un paio di shot con dentro tequila.

Allora che si fa?

Ci si butta, anche senza rete: se va bene, si cade in piedi, se va meno bene sono facciate a terra, e ci si ritira in un religioso silenzio a curarsi le ferite.

Possiamo però giocare una vecchia carta che non passa mai di moda: la scaramanzia o le manie in ordine sparso.

La cravatta portafortuna per i colloqui, camminare senza pestare le righe delle mattonelle, aprire o chiudere le porte contando il numero di volte con cui si tira su e giù la maniglia, non salire sulle grate della ventilazione, non prendere l’ascensore, fare un risvolto alla manica di un indumento quando s’incontra qualcuno che pensiamo possa guardarci di mal occhio: a ognuno il suo!

Chi non ha un gesto scaccia negatività?

Carro funebre vuoto o pieno, gatto nero che attraversa la strada, specchio rotto, non passare sotto le scale, rovesciamento di sale o olio, ecc…

Il Sardegna viene regalato un braccialettino intrecciato di colore verde con aggancio in oro, da allacciare al braccino sinistro del* neonat* per proteggerl* dal malocchio.

È retaggio culturale, dipende dalle nostre origini, dalle pratiche che usavano i nostri nonni o la famosa zia, che con paroline e gesti antichi come il mondo “ti segnava” per toglierti quel mal di testa che non passava.

Tutto comunque lecito,e ci si può credere o meno, ma sicuramente male non fa e la psiche ne guadagna autoconvincendosi di essere in qualche modo schermati da quella parolina che è meglio non nominare: m…….o!

Ah, dimenticavo…oggi è VENERDÌ 17!

Grattatina?

Chiedo udienza al 2022

Egregio 2022, non la conosco per niente, ma così, a sentimento, provo della simpatia per lei.

Caratterialmente non sono una frignona, incasso abbastanza bene: due passi indietro, piego le ginocchia, poi però mi riassesto e torno a camminare.

Il 2021, peraltro non ancora terminato, ha dato a me, amici e parenti, mazzate da ogni dove.

Lo so cosa state pensando, che ogni anno è uguale, a tutti può andar male, ecc… ecc…, ma quest’anno non ha risparmiato nessuno, e non parlo di covid, (neanche lo nomino) la quotidianità ci ha bastonato a dovere.

Ora, dopo aver chiesto a babbo natale i soliti due bancali di pazienza da sporzionare durante l’anno, mi trovo a pensare cosa mi riserveranno questi dodici mesi ancora impacchettati, che profumano di nuovo, puliti e senza nemmeno una nota scritta.

Non mi creo aspettative, ma cercherò di vivere al meglio delle mie possibilità, senza sprecare nemmeno un giorno a rimpiangere nulla dell’anno trascorso.

Non mi interessa festeggiare l’ultimo giorno, preferisco sempre celebrare il primo incorporando la magia della sorpresa, desiderando che i bei ricordi rimangano vivi nella mia mente e i brutti non si riaffaccino più dentro di me.

La mia unica speranza è che le persone orrende spariscano nel momento in cui brucieró nel camino il calendario del 2021, nell’istante in cui accenderó la salvia messicana per ripulire la casa e me stessa da ogni negatività, cancellando dalla rubrica i soliti rami secchi per rinvigorire l’albero della mia vita.

Me lo devo, perché si vive per vivere, non per sopravvivere ed elemosinare emozioni altrui. Le mie bastano e avanzano!

Lie to me

Adoro Tim Roth e tutto quello che fa. Mi piace la sua recitazione aggressiva e un po’ paracula, ma dove mi sono innamorata totalmente è stata la serie  “Lie to me”.

Lui, fa la parte di uno scienziato che per vent’anni della sua vita ha studiato il comportamento umano, le microespressioni facciali, i gesti e la postura che si usa involontariamente quando si raccontano balle venendo pagato per smascherare i bugiardi.

Non è pura invenzione, ma esiste per davvero: lo psicologo Paul Ekman ha studiato per più di quarant’anni questa scienza dimostrando che ha basi solide.

Affascinante, no?

Un po’ meno, quando siamo noi a subire le bugie raccontate.

Quando menti, puoi avere tutte le ragioni di questo mondo, ma parliamoci chiaro, è una grossa mancanza di rispetto verso chi subisce la tua realtà distorta.

Verrai scopert*, non t’illudere!

Meglio una brutta e dolorosa verità che una bella frottola. I segni sono chiari, il tuo corpo ti tradirà, a meno che tu non sia un* pallonar*  seriale e quindi parliamo di arte, mestiere. In questo caso o sei un truffatore di professione, o un giocatore di poker, o hai una vera e propria patologia clinica.

Mitomane o pseudologia fantastica, sempre balle sono, ma la diversità è che qui si parla di malattia vera propria.

Anche le bugie bianche sarebbero da evitare: potrebbe finire a botte ogni cinque minuti, perché la troppa verità non è mai gradita da tutti anzi, da quasi nessuno.

Non si tratta di avere un’opinione, ma di “vivi e lascia vivere”, perché alcune volte nelle domande che ci vengono poste è già contenuta la risposta: allora menti, anche se il maglione che ti hanno regalato gratta la pelle perché è sintetico, l’arrosto bruciato di tua moglie è ottimo lo stesso o, una che non sopporti ti chiede se il nuovo taglio di capelli le dona, e tu ne parli entusiasta…si, perché è veramente orrenda!

Ah no,quella è vendetta! Scusate!

“I volti della menzogna” di Paul Ekman è molto illuminante per chi è amante del genere, ma è sempre meglio andare in fiducia nella vita di tutti i giorni.

Solo sulle cose importanti, con gli amori della tua vita non si mente mai, perché se ami non menti e le bugie hanno sempre avuto le gambe corte a casa mia.

“Non faccio affidamento nelle parole” Cal Lightman – Lie to me

“Giura sullo Chanel!”

Era il 10 marzo del 2000 quando, su Tele Montecarlo, Anna Pettinelli conduceva in seconda serata un talk show intitolato “Sesso…parlano le donne”.

Introduceva e successivamente commentava con ospiti, le puntate di una nuova serie chiamata “Sex and the city”.

Per me è stata la svolta: queste quattro donne, amiche, single a momenti, che vivevano la loro vita a New York condividendola con noi senza troppi filtri, ha subito fatto breccia nel mio cuore.

Era impossibile non immedesimarsi in una delle quattro ragazze così diverse tra loro, ma con un unico filo invisibile che le univa: l’amicizia e l’amore per le scarpe.

Ho guardato tutte le sei serie spalmate negli anni provando le medesime emozioni, riflettendo sui loro disastri amorosi, perché un pochino erano anche i miei o quelli delle mie amiche e sbavando letteralmente sul loro guardaroba stravagante, ma stiloso come nessuno mai.

Insostituibili, davvero.

Hanno sdoganato temi che prima non venivano mai trattati dal piccolo schermo, come se fossero “poco televisivi” e quasi scomodi, con una semplicità disarmante, perché la quotidianità di noi donne è proprio quella, solo che nessuno ne aveva mai parlato così apertamente, in libertà.

Ora, a distanza di anni, il gruppo si riunisce (tranne Samantha) e questa settimana c’è l’anteprima mondiale.

Si chiamerà “And just like that” e sono felice di vederlo, perché sono invecchiata con loro.

La polemica che c’è stata e le critiche ai capelli bianchi di Carrie non tinti o le rughe non coperte, mi hanno fatto venire ancora più voglia di vederlo.

La smettiamo di credere, che tutte a cinquant’anni debbano essere obbligatoriamente delle trentenni rifatte e perfette? Ci sono donne che vivono il passare del tempo senza aver bisogno di dimostrare una finta giovinezza.

Non è necessario, non serve sempre omologarsi. Si può anche invecchiare con dignità, senza nascondersi o vergognarsi del tempo che passa, perché passa per tutt*, è fisiologico.

“Lasciamele tutte le rughe, non me ne togliete nemmeno una, che ci ho messo una vita a farmele!” Anna Magnani

Non sei tu, sono io…

Chi non hai mai avuto il piacere di ricevere uno schiaffo in piena faccia sotto mentite spoglie?

Eccola qui: la frase più ipocrita del mondo!

Non parlo solo della sfera sentimentale, ma di qualsiasi ambito dove ci sia un rapporto a due: amicizia, lavoro, amore.

Mi chiedo sempre come si possano pronunciare delle parole del genere a una persona con cui hai condiviso parte della tua vita.

Rimango perplessa dalla boriosità, dalla mancanza di tatto, di umanità, che si usa per appallottolarci e buttarci nel cestino accampando l’alibi più vecchio del mondo, scaricandosi la coscienza in ‘sto modo.

Cosa significa veramente? Sono troppo? Troppo poco? E quando te ne sei accort*, in una visione?

Di una cosa sono certa: è la conclusione del nostro rapporto, senza possibilità di recessione.

Che sei tu non ci piove, ma io che c’entro?

Perché nessuno ha mai il coraggio di affrontare la propria ineguatezza ai rapporti umani, caricando gli altri del loro malessere?

Dì esattamente ciò che non va. Devi avere, almeno alla fine, il rispetto per chi ti sta di fronte. Invece no, si nasconde dietro a un dito pensando egoisticamente di aver risolto il problema.

Non mi piace la parola “narcisista” molto di moda negli ultimi anni. Trovo che sia riduttiva e poco calzante. Userei epiteti più coloriti, meno gentili.

Alla fine, lo scontro ci vuole sempre, per gettarsi tutto alle spalle, ma chi pronuncia una frase del genere è un* codard* che cerca di divincolarsi del confronto diretto, lasciandoti con l’amaro in bocca e un malox per lo stomaco.

“Non ti preoccupare di quello che gli altri posso pensare di te. Sono troppo occupati a preoccuparsi di quello che pensi tu di loro” Arthur Bloch (legge di Murphy)

Vittimismo a corte

Oggi è una di quelle giornate in cui le lancette girano lente e le rotelline del cervello fanno il fumo.

Sento proprio il bisogno di aprire il sacco e svuotarlo, perché sono esausta del vittimismo immotivato che respiro nell’aria.

La parola che odio di più al mondo è “poverin*”, e se poi è riferita a me ancora di più: fare pena non è una gran cosa.

Lamentele continue, autocommiserazione, fustigazioni emozionali, piagnistei immotivati.

Associo il vittimismo più alla sfera femminile e tantissime volte sono passata da insensibile o meglio, stronza, perché non mi accodo alle pacche sulla spalla o ai “andrà tutto bene” molto di tendenza negli ultimi due anni.

Ma che ci posso fare se non mi commuovono o non provo compassione per gli esseri fragili e disarmati?

Io sono più per: “Asciuga le lacrime e reagisci” o “Il fondo è stato toccato e puoi solo risalire”.

Alzi la mano chi non ha un disastro di qualsiasi genere da gestire o una crisi in atto. Penso sia la quotidianità.

Eppure c’è chi non ce la fa ed è un continuo lagnarsi, un muro del pianto inconsolabile in pianta stabile.

Ho sempre pensato che ad ogni azione corrisponda una reazione, e se fai delle cagate poi, non puoi pretendere che il mondo si fermi per soccorrerti, e che tutta l’attenzione venga rivolta a te, soltanto a te.

Gli uragani ti colpiscono anche senza motivo apparente, ma se si è pronti e allenati non finirai in mezzo, puoi schivarlo.

A tutto c’è rimedio, tranne che alla morte.

Poi, io ci sono sempre per tutti quelli a cui voglio bene, e loro lo sanno bene, ma di drama queen ce ne può essere solo una.

Cercate di lasciar perdere le piccolezze, l’astio che pensate rivolto a voi, e il “succedono tutte a me” accantoniamolo, perché arriverà il giorno in cui i soccorritori non potranno arrivare in tempo e voi capirete che ce la potete fare benissimo da sole.

Respect yourself, respect the funk, respect the ladies! (Cit.)

Tre cose fondamentali: rispetta te stesso, rispetta il funk e rispetta le signore. Questo è il ritornello di un pezzo vecchissimo (1995) di Alleance Ethnik.

Loro erano già avantissimo con i diritti civili e soprattutto con il rispetto dell’individuo.

Almeno due su tre sono obbligatori per vivere in pace, ma già portarne avanti uno sarebbe un buon inizio.

Rispetta te stesso: non è così scontato. Alcune volte ci facciamo prendere a calci per la quieta esistenza, per non creare tensione, per debolezza o stanchezza dovuta al mal di vivere. Questa pratica è un serpente che si mangia la coda e ci buca il fegato, ci fa perdere inesorabilmente verso l’oblio.

Una mattina qualsiasi, ti guardi allo specchio e non ti riconosci più. Finalmente ti rendi conto del tuo malessere autoinflitto.

Due scelte: rompi lo specchio con un pugno e alzi la testa reagendo nel peggiore dei modi, ma a questo punto va bene tutto, basta uscirne, o chiudi gli occhi e ti arrendi aspettando che il vortice ti risucchi sempre più.

Rispetta il funk: a chi non piace il funk? È impossibile non battere il piedino, muovere la testa, sentendo Sly and the family stone o Kool and the gang. È uno stile di vita, roba dell’anima, ma degustibus.

Diciamo che questo è il meno indispensabile dei tre sopracitati. Possiamo soprassedere.

Rispetta le signore: qui, con i luoghi comuni ci possiamo fare colazione, pranzo e cena, ma la realtà dei fatti è ben diversa, molto più orrenda di quanto si possa immaginare.

Premetto che non sono una fan delle commemorazioni o delle feste comandate in generale, ma da un po’ di anni il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne. E fin qui…

Tutti in botta piena di altruismo si ricordano dei femminicidi, degli stupri, delle spose bambine, delle infibulazioni (anche lì una giornata dedicata) e manifestazioni potenti, grande pathos emozionale, tanta angoscia, scarpe rosse che hanno un significato ben preciso e arriva da lontano.

Il problema non finirà. Le donne sono sempre state oggetto delle peggiori sorti, basti pensare alla Santa Inquisizione che con la storia delle streghe ha spazzato via guaritrici, levatrici, dottoresse cancellando un secolo di medicina.

Mi guardo intorno e vedo rassegnazione e rabbia negli occhi delle donne. Quindi che si fa?

Rispettare noi stesse è la prima cosa è con ogni mezzo possibile, pretendere ciò che ci spetta frutto del nostro lavoro, ma bisognerebbe andare alla fonte primaria: i figli, le nuove generazioni.

Se un bimbo viene cresciuto con gli stessi ideali che andavano per la maggiore negli anni ’50, posso smettere di parlare.

Sono i genitori che devono intervenire subito, anzi ieri. Loro plasmano come argilla i futuri uomini, le future donne o un genere non definito ed è tutto nelle loro mani.

Fate capire a questi bimbi che non ci sono giochi da maschio o giochi da femmina, che bisogna essere gentili e imparare ad usare il dialogo, non la violenza, che la tua fidanzatina non è tua, lei può decidere che tu non gli piaci.

Insegnamo educazione sessuale nelle scuole e chiamiamo le parti anatomiche col proprio nome, senza imbarazzo, perché i mostri li creiamo noi, con i tabù, non fornendo gli strumenti necessari, lasciando che i figli scoprano su you porn come funziona il sesso, l’atto fisico, ma prima di arrivare lì, c’è l’amore, le farfalle nello stomaco, l’agitazione del primo appuntamento e che un medico donna si chiama dottoressa e non dottore.

Purtroppo, anche così, mi rendo conto che se poi a casa il papà è quello che porta i pantaloni ed è padre padrone, abbiamo vanificato ogni aiuto dall’esterno.

È giusto provarci, soprattutto crederci.

E sti ca**i?

Ormai è diventata una delle mie affermazioni preferite, quasi un intercalare (come le bestemmie in Emilia) e devo ringraziare un po’ tutti: tv, internet, carta stampata, che ci bombardano di informazioni di qualunque genere. Spesso rimpiango quando c’era solo la televisione, quando le ricerche per la scuola si facevano comperando in cartoleria gli albi da ritagliare incollando sul quaderno le figure. Adesso bastano tre tasti e stampa.

È una certezza che non voglio sapere cosa succede a casa di un* famos* o un* influencer o di un comune mortale, a meno che non sia mio amico. Per me, il deragliamento umano avviene nell’istante in cui si partecipa a vite altrui, con una certa enfasi e critiche o consigli non richiesti.

I figli, molte volte complici inconsapevoli, mi fanno tanta tenerezza e quando cresceranno, guarderanno questi video dove ballano con i loro genitori magari vestiti uguali e si vergogneranno tantissimo.

Ricordatevi: saranno loro a decidere la vostra sorte quando sarete vecchi e dementi.

Mi piacciono le frivolezze, trovo che siano necessarie in un mondo dove il brutto sovrasta il bello, ma si sta esagerando.

Le notizie ci piovono da ogni parte, molte delle quali costruite ad hoc grazie alle nostre preferenze perché, parliamoci chiaro, 1984 non era solo uno splendido libro di Orwell.

Basta ricercare la qualsiasi su Google e immediatamente i cookie fanno il resto limitando di parecchio le nostre funzioni cerebrali.

Si ha sempre la scelta di spegnere, non ascoltare, ma non è più così facile estraniarsi dall’internet.

Non sto sputando nel piatto dove mangio, anche a me piace partecipare, ma sono più un’osservatrice e una commentatrice discreta. Non mi sembra giusto accanirsi e non ho un’opinione su tutto.

Non la voglio avere.

Preferisco avere una vita al di là dello schermo e stare offline parecchio.

Per me la condivisione è fondamentale, ma si può fare anche faccia a faccia davanti a birra e patatine, con i rumori di sottofondo del chiacchiericcio ad oltranza.

Sono vecchia scuola, ma mi piaccio così!

Respiro perché scrivo

Non è mai facile ammettere una dipendenza, ma prima ci si rende conto del problema e meglio è.

Ho sempre scritto: lunghe lettere ad amici, bilanci di vita personali e privati che non ha mai letto nessuno, poesie senza nessuna regola poetica, un intero libro e uno in gestazione.

La perfetta sinergia tra viaggi lunghi con mezzi pubblici, treni, navi e borse enormi dove stipare qualsiasi cosa, mi hanno permesso di girare sempre con un libro, qualcosa su cui scrivere e una matita, perché non sono amante delle auto, soprattutto se devo guidare io.

Preferisco fare la passeggera che osserva dal finestrino: case, campi, cielo e tutto quello che c’è di bello.

Ho usato la scrittura per schivare i demoni nei periodi bui, amare di più, fare uscire la rabbia e confessarmi come se, riversare le parole sulla carta fosse una liberazione, quasi un esorcismo, che mi ha permesso di ripulirmi internamente dal dolore subito.

Non sempre ha funzionato.

Alcune volte ha prodotto l’effetto contrario smuovendo dentro, ciò che non doveva essere neanche sfiorato ed è stato un dramma: i fogli si strappano, si appallotolano e finiscono a brandelli.

Non si scrive più.

In un momento molto delicato da affrontare, il mio cervello (presumo per difendermi e distrarmi) ha creato un personaggio che ha insistito per essere delineato. Non l’ho rimosso, non ho potuto e ho iniziato a scriverne.

È stata una grande salvezza.

La storia è nata senza forzature, come se ne fossi stata partecipe in prima persona amando da subito ogni sensazione che provava. La percezione del suo mondo è diventata lentamente la mia.

Quindi si, scrivere è un’esigenza nella mia quotidianità, un bisogno primario, un amore che non appassisce mai.

Non mi considero una scrittrice, ma una che scrive e c’è una bella differenza!

“La scrittura è la pittura della voce” Voltaire

Family affair

Sono cresciuta in modo tradizionale come dentro la canzone “morire” dei CCCP dove il ritornello scandiva “produci, consuma, crepa” con l’aggiunta di “comportati bene”, “non essere maleducata”, “rispetta gli altri”, “vai in giro con le mutande pulite e mai senza soldi”.

Una famiglia presente, affettuosa, ma sentivo un vuoto esistenziale che dovevo assolutamente colmare.

Allora, mi sono messa alla ricerca di cosa mi mancava e la curiosità ha fatto il resto: ho spostato le transenne di sicurezza e sono entrata nel backstage della vita, per cercare una zona confortevole, qualcosa che mi piacesse veramente.

In questo privé ho trovato altri esploratori, abitudini nuove, anime simili alla mia.

Man mano che mi addentravo in questo viaggio il gruppo si infoltiva,(non di molto, perché avevamo gusti eclettici) ci si confrontava, si amava o odiava, cercavamo stelle in cielo, nuove musiche, spiegazioni alle miserie della vita, e tutto intorno c’era odore di ribellione.

A distanza di anni, la strada percorsa insieme è stata tanta, qualcuno ha preso strade secondarie, bivi, vicoli ciechi e ci si è persi, ma anche ritrovati dopo vent’anni, ritornati a casa, partiti e ritornati ancora, ognuno con lo zaino pieno di ricordi da condividere, cerotti da togliere, ferite da medicare, bottiglie da stappare per festeggiare.

Ecco la mia seconda famiglia, quella innaturale, quella che ti salva sempre e ti accetta come sei: sudata, triste, stanca, rotta, felice, sporca, completamente esausta, muta o fallita. Sta lì e aspetta te, senza nessun imbarazzo, come se fosse passato un giorno dal vostro ultimo incontro e invece il tempo è bastardo: sono anni che mancavate all’appello!

Certo, l’internet aiuta per la distanza, ma a me piacciono gli occhi dei miei amici lontani, quelli vecchi, invecchiati come un buon vino da degustare dopo un paio d’ore d’aria nel decanter.

Mi sono resa conto che la mia vita è divisa in fasi che io chiamo  “vite precedenti”, perché cambi città, trovi stabilità emozionale, prendi la strada parallela o finisci in un burrone risalendo a fatica, ma ce la fai e per ogni pezzo aggiungi persone, alcune le elimini o lo fai fare alla selezione naturale e aumenti la consapevolezza che i tuoi brutti incubi erano solo incubi.

Nella mia quarta vita ho incontrato altri esseri meravigliosi, con cui apparentemente avevo poco in comune se non il vero senso dell’amicizia: rispetto, simpatia, condivisione della quotidianità, affetto incondizionato e non potrei veramente fare a meno di loro: insostituibili.

Ma non è sempre stato tutto unicorni e fiorellini, perché alcun* che consideravo fidat* mi hanno tradito, venduto un tanto al chilo, usato e poi sputato come si fa con una cicca senza sapore.

A loro ci penserà il karma e so che farà un ottimo lavoro di restituzione miserie.

VI VOGLIO BENE, SEMPRE!

Nostargia…

No, non è un “orrore di ortografia”, ma è il titolo di un pezzo a me caro.

La nostalgia è un’emozione che mi piace molto, perché ti scatena una serie di ricordi, di sensazioni che hai già vissuto e dalle quali non ti separi.

I cinque sensi mi riportano indietro: il profumo di mughetto del giardino di mio nonno, le prime tre note di una canzone che esce dalla finestra di un vicino, l’odore di Montana, il fruscio del vinile, il sole che si fa spazio in mezzo ai rami di un albero, la sabbia in mezzo alle dita dei piedi, una risata sguaiata mentre cammini, una foglia incastrata nel parabrezza che vola via appena parti con la macchina, il fumo che produce la cialda dell’incenso da chiesa, il gusto del Barolo chinato con il cioccolato fondente, l’olio di semi di lino, la cancelleria nuova il primo giorno di scuola.

Le sensazioni entrano dentro di te e non combatterle, falle tornare su.

Non reprimerle e rivivile, senza tristezza, perché alcune persone non torneranno più, alcune emozioni provate nemmeno, ma le hai vissute appieno amando ogni singolo secondo con loro.

Ricordati sempre chi eri…e continua il viaggio!

“Perché la vita a volte è un gioco complicato
A volte la gente non è forte quanto t’hanno raccontato
E se qualcosa si recide
Finiamo come le falene dritti su una luce che ci uccide”

(Colle der fomento – Nostargia)

Anche a te e famiglia!

Ci siamo gente!

Stiamo entrando a pié pari nel periodo più ipocrita dell’anno, dove tutti devono per forza essere gentili, amorevoli, presi bene e…vestiti di rosso.

Non fraintendetemi, a me piace il Natale ma forse per motivazioni diverse: amo fare regali alle persone a me care, e qui si sfonda una porta aperta, ho la possibilità di stare insieme a chi non vedo quotidianamente perché ci sono le vacanze, le lucine per strada, l’albero addobbato, e se esageri con cibo, con l’alcol non ti senti in colpa anzi, DEVI esagerare.

Veniamo al vero motivo per cui si celebra questa ricorrenza annuale: la nascita di Gesù.

Io sono atea per scelta e non mi sento coinvolta nella magia della fede cristiana, ma non giudico chi ha fede, chi prega e va alla messa di mezzanotte. Ognuno ha il suo Dio e le proprie usanze.

Cresciuta in una famiglia cattolica ho seguito anche io per molti anni tutta la preparazione, l’avvento e la nascita.           Poi si festeggiava con tutta la famiglia, le nonne ai fornelli che dopo settimane di preparazioni ti inchiodavano a tavola ore a mangiare come se fosse il tuo ultimo pranzo. Era una dimensione differente, i genitori ti vestivano a festa e sapevi che i regali li portava Babbo Natale.

Diciamo che crescendo ho scelto più il filone consumistico della festa scansandone il significato religioso.

Sono sincera. È così.

Il problema di questa festa comandata è per me la tecnologia: il 25 dicembre è la giornata del “buon natale a voi tutti”.         Il telefono non smette di suonare, i messaggi si accavallano, tutti uguali, senza destinatario, prestampati e impersonali.

Perché?

Perché persone che non senti mai nel corso dell’anno ti inviano gli auguri facendo copia e incolla a tutta la rubrica? Perché ne sentono il bisogno proprio il 25 di dicembre?

Potresti aver voglia di sentirmi il 7 di marzo o il 4 di agosto.

È questo che odio del Natale: il falso buonismo e gli slogan delle pubblicità:

“A Natale puoi fare tutto quello che non puoi fare mai…”                          

E chi lo dice? Babbo Natale?

Allora: “Buon natale a tutti!”

          ANCHE A TE E FAMIGLIA!                             

Tuttologia portami via!

Tuttologia: onniscienza, la laboriosa presunzione di saper tutto.

Partendo dal presupposto che non sono molto amante del genere umano, e i miei Amici (quelli con la “a” grande) si possono contare sulle dita della mano di un monco (licenza poetica rubata), purtroppo ho avuto a che fare con una specie che si moltiplica come le zanze in uno stagno d’estate: tuttolog*.

Succede di parlare con diverse persone, perché è la vita. La socialità fa parte del quotidiano, e non ne possiamo fare a meno anche se, non siamo costretti a sopportare proprio tutto.

Il quieto vivere mi sta bene, non replicare agli sfondoni anche, ma capita sempre la giornata in cui hai i nervi scoperti, ti alzi col piede sbagliato e non riesci a stare zitta, quindi rivolti gli occhi, fai un paio di respiri profondi come una donna incinta con le contrazioni, srotoli il tappetino di yoga, posizione del fiore di loto, e ci parti:

– Guarda che non è così, ti stai confondendo!- con tutta la calma possibile raschiando il barile della pazienza.

– Ma cosa dici, l’ho letto su internet! Sei tu che mi dai sempre contro!-

Ora, davanti a te hai un bivio:           assecondare senza replicare dando ragione e sgranando il rosario inventi nuove parolacce, oppure imboccare il tunnel dell’autolesionismo e controbattere senza chinare la testa.

Il dado è tratto e non si può tornare indietro. Parte una sorta di tira e molla, dove tu sei il carnefice e la controparte diventa vittima del tuo sclero, perché ti fa saltare i nervi l’ignoranza con aggiunta di spocchia ed ormai è compromessa ogni regola di buona educazione.

Ho assistito e partecipato a questi “scambi di opinioni” quasi tendenti al ridicolo parecchie volte pre e post internet, ma sapete cosa c’è?

L’ignoranza o la sopporti o la sopprimi.

LA SECONDA CHE HAI DETTO!

Musica per vecchi animali

Era il lontano 1989.

Un film ambientato in un futuro apocalittico dove personaggi curiosi si uniscono e intraprendono un viaggio.

Tratto da “comici spaventati guerrieri” di Stefano Benni co- regista anche della pellicola.

Il titolo del film mi ha seguito per metà della mia vita, perché io ascolto proprio quello: “musica per vecchi animali”.

Penso che il periodo per la formazione di gusti personali sia decisamente l’adolescenza, in special modo per la musica.

La mia paghetta veniva ripartita tra vinili, libri e concerti nei centri sociali.

Tutto girava attorno a questo: sogni, ideali, amici che condividevano lo stesso genere, il medesimo stile di vita.

Poi si cresce e si cambia, o meglio, c’è chi si adatta inseguendo le mode del momento e chi, come me, rimane ancorata saldamente alla Sua musica, senza permettere a nessuno di contestarne i gusti: un assolo di chitarra, il tupa tupa della batteria, il testo che ti rimane in testa e ti ossessiona, ma non perché sia orecchiabile, perché ti fa pensare, riflettere, il flow che ti penetra dentro e quel ritmo che non dimentichi più.

Non sono totalmente chiusa nelle mie posizioni e negli ultimi vent’anni ho ascoltato anche “cose nuove”, diciamo così, ma non c’è nessuna evoluzione anzi, trovo una regressione di contenuti e di melodie: tutte uguali, distorsori vocali, mille effetti per coprire deficit vari ed eventuali, cover delle cover.

Forse sono troppo legata al passato, ma che ci posso fare, mi piace ricordare i tempi in cui la musica era il centro di tutto e non il palcoscenico, i costumi, le luci, le chiappe al vento come elemento di disorientamento per non vedere la mediocrità.

Una volta andavi ad un concerto e ti gustavi l’attesa, la calca all’ingresso, il pogo e: “se ci perdiamo, ci si becca al bar alla fine” e non: “controlla la batteria del telefono che devo fare il video”.

In una società che ormai va a velocità triplicate, dove tutto deve essere too fast, almeno la musica vogliamo ascoltarla come si deve?

Il fruscio del vinile è diventato obsoleto, perché il suono deve essere perfetto, puro. E chi l’ha detto?

Nel 2013 Dave Grohl insieme a un gruppo di ” vecchi animali” incide “Sound City real to reel” interamente su bobina, alla vecchia maniera e si sentono le imperfezioni, il suono è sporco, impastato, sublime. Lo ha fatto per omaggiare il vecchio studio Sound City ormai chiuso, dove sono passati gruppi storici e indimenticabili che hanno prodotto dischi immortali.

Io, quando sento per puro caso la radio mi innervosisco, e al secondo pezzo falsariga del primo, spengo.

Molto meglio il silenzio.

L’underground è sempre attivo, ma ha bisogno di ossigeno per sopravvivere e non soffocare in mezzo ai piani di marketing spietati per promuovere la solita merda, spacciata per cioccolata.

LA MUSICA CI SALVA SEMPRE L’ANIMA

Accorcia l’anguilla!

È proprio necessario dire spacconate? La competizione è stimolante, alcune volte positiva, perché si alza l’asticella del fare di più e meglio.

Sí, dico alcune volte, perché altre s’ingigantisce talmente la storia facendo entrare in campo la famosa barzelletta che finisce con “accorcia l’anguilla!”.

Una cosa, però ci tengo a chiederla: perché ci si ostina ad esagerare? Per far colpo su chi? Più siamo noi stessi e meno fatica faremo a trovare persone che ci stimano per ciò vedono, e non per quello che dimostriamo di essere.

Poi, c’è anche la categoria soprannominata da me “mio cuggino” (come il pezzo di Elio e le storie tese), che per il bisogno sistematico di approvazione da parte degli altri, racconta balle colossali su cose fatte di persona, o da un ipotetico amico, o da un lontano cugino perlappunto.

Ecco. Deteci un taglio.

Non vi crede nessuno anzi, sono tutti così dispiaciuti per voi che non trovano il coraggio di dirvelo. In alcuni casi alimentano la vostra inventiva, e lì si creano highlander di 150 anni che hanno provato qualsiasi esperienza umana ed extracorporea.

Cercare in ogni modo possibile di entrare  nelle grazie di qualcuno rubacchiando esperienze di altri solamente per avere qualcosa da raccontare non è un bene anzi, chi subisce la balla si sente preso in giro e non sarà mai un tuo amico.

Ti compatirá per poi lentamente sparire, perché a nessuno piace passare per fesso.

La diversità è una grande dote.

L’omologazione invece, è dote rubata a qualcun altro.

Incerottatrice di sogni

Quando sei adolescente i tuoi sogni li urli a squarciagola, in mezzo alla strada nelle notti di luna piena, a chiunque li voglia ascoltare.

Diventando grande, la tua voce si abbassa, il numero di persone a cui ne parli si riduce. Man mano che il tempo passa il sogno non si realizza, la speranza si affievolisce e hai quasi paura di nominare l’oggetto del tuo desiderio finendo per sussurrarlo all’orecchio della tua migliore amica solo per ricordarti che cosa avevi sognato di poter realizzare.

Quel sogno ha ormai le sembianze di un biglietto dimenticato nella tasca bucata di una giacca lavata molte volte, e lo ritrovi casualmente solo perché è finito vicino all’accendino che ti serve subito dentro il buco nella stoffa.

Non è facile decifrare ciò che c’era scritto in origine, qual era il nostro obiettivo primario, ma rammentiamo la sensazione, la scossa che ci provocava il solo pensiero di poterlo mettere in pratica, e depennarlo dalla lista dei sogni scritta in fretta su un foglio del quaderno di epica alle superiori, nell’ora buca di italiano.

È giusto ricomporre il foglietto, aggiustarlo con del nastro trasparente, perché buttarlo sarebbe come gettare via quel brivido, e far finta che non sia mai esistito.

Vorrei regalare a tutte le persone che conosco, a cui voglio bene, i loro sogni, avere questo potere per un giorno solo per vedere i loro occhi brillare ancora una volta.

Bisogna aggrapparsi con le unghie e con i denti, essere tenaci e qualcosa succederà, sono sicura di questo.

A volte i sogni mutano, si travestono e se ne aggiungono altri, ma più si cresce e meno si sogna, perché di facciate ne hai prese tante, anche consecutive, quindi smetti sistematicamente di crederci, di credere che possa avverarsi.

Non bisognerebbe mai avere rimpianti, perché sono scorie accumulate nel profondo dell’anima, pianti senza lacrime, urla senza voce.

Rincorrete i vostri sogni, afferrateli e agite come un bimbo che insegue un palloncino scappato dalle mani: corre a perdifiato, lo afferra ed è ancora suo. I suoi occhi sanno di scommessa vinta, di felicità allo stato puro.

Siate egoisti per una volta e pensate solo ai vostri sogni…

“Dream on
Dream on
Dream on
Dream until the dream come true”