“BROKENSPEAKERS FEAT. DANNO – CATTIVE NOTIZIE”

Sono cattive notizie da un ogni fonte su ogni fronte
Interno esterno qua l'inferno è lungo tutto l'orizzonte
Le immagini mi gettano in voragini profonde
Con un senso di vertigine che mi confonde
Segnali di disturbo intanto dal centro del potere
Continuano a gonfiare il conto di chi sta al loro volere
Armati di un esercito di servi di mestiere
Che pe' dù spicci in più tutti pronti a non voler sapere
E non vedere ciò che capita ciò che succede
Tanto la gente crede a quello che uno gli ripete
Fregati dalle ideologie e dalla fede
Per questo ancora insisto e faccio ancora buchi nella rete
E non parteggio e non concedo e non tifo
Io sputo rime solo per dire ciò che mi fa schifo
Tanto questa mandata quanto quella precedente
è un altro giorno un altro giro di notizie cattive come sempre

Time out

Mi c’è voluto un pochino di tempo per somatizzare la nuova situazione: ho ascoltato gli umori di chi aveva voglia di parlare, e la frase più gettonata è stata “siamo nella merda”.

Ecco.

Ora, non sono una catastrofista, ma la penso anche io così, e non parlo di politica, di ministeri, di formazione del governo, ma del lato umano di queste elezioni.

Mi lascia perplessa e amareggiata il fatto che si sia sentito il bisogno di eleggere e votare un partito di estrema destra. Mi disgusta che la gente si sia dimenticata che cosa sia il razzismo, che cosa sia la violazione dei diritti, che alcune persone si sentano più in pericolo di altre.

Non comprendo questo voto, non riesco a capirlo. Forse sono limitata, perché se fosse stata una protesta al mal governo degli anni precedenti, non saremo finiti così.

La stampa internazionale ha messo in risalto queste elezioni in Italia definendolo un futuro governo con maggioranza di estrema destra, il primo dopo la dittatura di Mussolini.

Come siamo arrivati a questo punto?

Ciò che prima era sussurrato, ora verrà gridato senza possibilità di venir punito.

Certo, l’Europa ci guarda e ci sorveglia, ma non basterà a calmare gli animi. Ci hanno fatto vivere nella paura del diverso, di quello non uguale ai canoni della gente perbene, nel timore che una società multietnica ci tolga la libertà, e i delinquenti fossero solo extracomunitari: il male da allontanare, da combattere e rinchiudere.

Non credo sia questo il problema dell’Italia: il sonno perpetuo in cui ci siamo addormentati, la non voglia di reagire, le piazze vuote, e la lotta portata avanti dai divani di casa dietro ad una tastiera.

Ho paura di questa cattiveria verso le minoranze, dell’ignoranza in pillole somministrata quotidianamente da palchi diventati pulpiti, di fede in cambio di voti.

La memoria storica di chi ha votato è stata cancellata con un colpo di spugna e sostitiuta con conservatori liberali.

I primi manifesti con roghi di bandiere arcobaleno mi fanno ribrezzo.

Torneranno in auge tutta una serie di personaggi che non avrei mai pensato di rivedere e siederanno su poltrone rosse di velluto decidendo del nostro futuro, perché una come me, l’unica fiamma che vuole ammirare è quella della legna che brucia nel camino.

La fortuna di essere nata in questa parte di mondo

La campagna elettorale, finalmente sta volgendo al termine e domenica si voterà.

Sinceramente, mi sto intossicando il sangue a sentire dichiarazioni di politici e di politologi dell’ultima ora ovunque, che dicono la loro senza sapere o pensare mai agli altri.

“Aiutiamoli a casa loro”, “se la sono cercata”, “vengono a casa nostra a rubarci il lavoro”, “fermiamo l’immigrazione”, “rimandiamoli indietro”.

Ogni volta che sento frasi del genere non posso fare a meno di pensare alla mia fortuna: essere nata in questa parte di mondo, dove vige libertà, non c’è la guerra e la miseria.

Per miseria intendo non avere nulla da mangiare o un tetto sulla testa, che non confondo con il non possere l’ultimo modello di cellulare, o una televisione da settemila pollici o non poter fare le vacanze.

Tutto questo odio verso persone che arrivano su dei barconi, mentre un accoglienza con le fanfare verso chi scappa dall’Ucraina non mi sta bene per niente.

Guerre aperte nel mondo ce ne sono da decenni, ma sembrano inghiottite nell’oblio.

Forse, ci si è dimenticati di non essere discendenti puri di famiglie abitanti il medesimo luogo dove si è nati, di essere tutti immigrati…

Quindi, sì, la mia fortuna è non aver mai conosciuto la guerra, la fame, la paura di essere rastrellata, rapita e torturata, o venduta come sposa bambina, schiava sessuale.

Sento l’odio delle persone salire man mano che i politici si scontrano, perché le promesse delle campagne elettorali sono sempre le stesse, ma in queste elezioni ci si è incattiviti dando priorità alla protezione della “gente perbene” contro tutti.

I cattivi siamo noi, e non loro, le persone che muoiono in mare sono loro, i fortunati siamo noi e non loro.

Come ho detto spesso, sono atea, ma mi domando come tutte queste persone perbene, che abbracciano la religione cattolica basata proprio sull’umiltà, sulla misericordia e sulla carità possano dire cose abominevoli e guardarsi allo specchio senza sputarsi in faccia.

Tutto ciò che abbiamo a disposizione come l’acqua potabile, una casa calda e accogliente, un lavoro che ci permetta di vivere, parchi giochi per i nostri figli, un’istruzione e la possibilità di cure quasi gratis, la possibilità di abortire, di divorziare, il diritto di voto sono conquiste, segno di civiltà, di evoluzione.

Sono diritti acquisiti, che io ho dalla nascita, ma che uomini e donne hanno conquistato con la lotta, con le manifestazioni, morendo per garantire tutto ciò

La nostra memoria è troppo breve.

In Italia non è sempre stato così…ma potremmo tornare indietro in un attimo.

Sento sempre un sacco di lamentele su tutto, ma poi penso a chi non ha nulla, nemmeno la libertà di lamentarsi…

Il mio senso per estetica & riciclo

“Il potere ha avuto bisogno di un tipo diverso di suddito, che fosse prima di tutto un consumatore”.

Pier Paolo Pasolini

Da piccola passavo i pomeriggi del dopo scuola dai nonni, e mi ricordo quasi tutto del loro regno in condivisione: il nonno era il re del giardino, dell’orto e del garage dove teneva gli attrezzi in ordine maniacale, mentre nonna era la regina incontrastata della casa e dell’orto, ma i fiori erano solo e unicamente scelta del re.

I gesti lenti, la sapienza nelle loro abilità e attitudini li rendeva completi, unici.

La prima cosa che ho imparato dal nonno è il senso dell’estetica, con la mia consueta cromoterapia nel periodo di fioritura: passavo in mezzo al giardino sugli stradellini di mattoni e venivo invasa dalle sfumature di ogni petalo, dal profumo delle rose, da quello dei mughetto a maggio, dai gigli bianchi alti come me. Non c’era nulla che stonasse, tutto era armonico, l’orgoglio di mio nonno!

Mi sembrava di stare nel giardino di “Alice nel paese delle meraviglie”.

L’olfatto, invece, veniva lusingato da mia nonna, abile cuoca, che negli anni ha prodotto una cucina fusion tra quella veneta e quella piemontese con contaminazioni sarde: la sua torta paradiso alta come un mattone e soffice come un batuffolo di ovatta non l’ho mai più mangiata…

La sua casa era uno specchio, ma aveva anche altre abilità creative: dai piccoli rammendi, ai ricami con uncinetto o punto croce, al lavoro a maglia, e alcune volte “smontava” capi di lana che non servivano più ricavandone gomitoli (di solito li facevo io) per farne coperte.

Una sua coperta è dentro la mia cassettiera in legno.

La frase: “Lo tengo perché può servire” l’ho sentita centinaia di volte mentre nonna piegava i sacchetti del pane o lavava le scatole di plastica della ricotta, e di come un piatto vecchio diventava un sottovaso, o una ciotola per il cibo dei gatti.

Ovviamente, questa regola non scritta si applicava anche in casa con i miei genitori, che dopo aver usato un tal oggetto, lo portavano dai nonni per una seconda o terza vita.

Lo spreco non era minimamente considerato, e tutto godeva di vita longeva, perché chi cresce senza grandi patrimoni s’ingegna, non può permettersi di buttare nulla.

Alcune volte le cose che si ricavano da altre non sono bellissime all’occhio, ma se sono funzionali, perché cambiarle?

Basta usare la fantasia, senza spendere grandi cifre.

Tutto questo buttar via non lo concepisco…stiamo solo intasando discariche, inquinando tutto per un vezzo, per avere cose senza possederle veramente.

Certo, non si può tenere proprio tutto, ciò che è non riparabile deve essere buttato, ma non per strada, nei fossi…maledetti!

Diamo valore agli oggetti e facciamo in modo di trattarli con cura, e non con frasi: “Tanto costa poco, e se si rompe ne prendo un altro”. Sicuramente, la qualità delle cose è calata notevolmente con la produzione in serie, ma vuoi mettere comperare un maglione da un artigiano o in un grande magazzino?

Il prezzo sarà nettamente superiore, ma la durevolezza sarà maggiore.

Il consumismo è la tomba della cura per gli oggetti, perdendo il senso dell’unicità, del tempo impiegato per costruirlo, della passione intrecciata con il materiale usato.

NON SPRECATE! RICICLATE & RIUSATE!

“Tu sei il consumista perfetto. Il sogno di ogni gerarca o funzionario della presente dittatura, che per tenere in piedi le sue mura deliranti ha bisogno che ognuno bruci più di quanto lo scalda, mangi più di quanto lo nutre, illumini più di quanto può vedere, fumi più di quanto può fumare, compri più di quanto lo soddisfa”.

Michele Serra

abbraccio questo miracolo

le mie notti insonni, passate a leggere le parole degli altripur di sopravvivere alle mie. le notti in cui ho grattato il barile di Husserl,intimato a me stessa -conosci te stessa-,ho aperto voragini nel metodo di esaustione,ho persino immaginato di raccogliere cotone e cantare inni alla libertà.inseguo quelle notti, inseguo i pensieri degli altriper ripulire […]

abbraccio questo miracolo

Queste non sono “parole e basta”, ma musica di parole. Grazie BD!

Buona lettura a voi🖤

“Ho visto persone a pezzi aiutare chi aveva solo una crepa” Charles Bukowsky

Una frase che colpisce, e dove restano racchiuse tutte una serie di considerazioni personali e non.

Chi è così altruista da trovare la forza di aiutare qualcuno, in special modo quando è a pezzi?

In questo tipo di società dove la squadra conta solo per farti brillare e l’individualismo è ormai la strada più battuta, mi sembra quasi impossibile un risultato del genere.

Non c’è più tempo per soffermarsi, per accogliere ed accudire.

Per mia esperienza personale ho sempre aiutato, senza far caso alle mie difficoltà di qualsiasi genere. Penso sia un’attitudine, a cui non si riesce a sottrarsi.

E pazienza se si viene usati o maltrattati, lo si fa lo stesso. Non è giusto, ma la sofferenza degli altri mi ha sempre fatto male…forse più della mia, perché sono stata fortunata tutto sommato.

C’è chi se ne approfitta spesso, chi lo fa sistematicamente, perché da solo non sa fare fronte alle difficoltà: abitudine o metodo?

Crocerossina, cavalier servente, pena, pietà: si può classificare in molti modi senza saper dire no.

Molte volte ci si offre volontari, per amore, amicizia, spirito buono.

Però, non ci dobbiamo aspettare nulla in cambio: questo è l’errore più comune. Gli altruisti lo fanno e basta.

I pezzi personali andranno a posto…forse.

Uno dei miei ultimi “veli pietosi”

Che brutta umanità!

Ultimamente, è balzata alla mia attenzione, come uno schiaffo in piena faccia, la moda (chiamiamola così) delle raccolte fondi sui principali canali social.

Fin qui, nulla di dire.

Ci sono sempre state.

Quando ero piccola mio nonno scriveva gli auguri di natale e di pasqua a tutti i parenti e amici su cartoncini che arrivano da un’associazione di bimbi sfortunati con varie malformazioni a cui dava una donazione tramite bollettino postale. Sarà stato vero? Chi lo sa, ma lui era felice di fare del bene.

Qui, invece, il discorso prende una piega vomitevole e di bassa umanità.

Tutti ormai sappiamo chi sono gli influencer e gli youtubber. Non voglio dare giudizi su loro: ognuno fa come può, ma quando si strumentalizzano i propri figli lì, perdo ogni segno di civiltà ed educazione.

Una giornalista ha sollevato il problema pubblicando filmati di raccolte fondi dove, senza nessun rispetto e amore per i propri figli, vengono sistematicamente mandati in onda nei momenti più fragili e dolorosi della loro ancor breve esistenza per impietosire gli animi di chi morbosamente (si tratta di questo) guarda.

Personalmente, non sono nemmeno arrivata alla fine delle stories, perché mi sono sentita male e ferita da questa ulteriore mercificazione dell’essere umano.

I volti coperti nel profilo della giornalista, ma sul canale dove c’è la raccolta fondi o i click di visualizzazione, tutto a volto scoperto.

Purtroppo non parlo del solito balletto, ma di cicli di chemioterapia, di bambini intubati in ospedale, di come si applica l’ago per l’infusore dell’insulina sul pancino del proprio figlio.

Siete dei mostri! Non meritate i vostri figli.

Io sono contraria a qualsiasi pubblicazioni di minori sui social, figuriamoci se mi piace vedere un bimbo che fa la chemio.

Siete malati voi, ma nella testa e i bimbi, inconsapevoli o consapevoli attori sono posizionati a favore della telecamera.

Come cresceranno questi pargoli nelle mani di mamma e papà che pensano a quante visualizzazioni hanno avuto oggi, o fanno vedere i regali che hanno ricevuto dagli sponsor impietositi?

Quando i vostri figli saranno grandi, superando le loro malattie, cosa penseranno di voi genitori? Come prenderanno il fatto di avere una documentazione audiovisiva della loro malattia con migliaia di visualizzazioni.

Poi, ci sono raccolte fondi di associazioni serie, che impiegano i soldi raccolti per la ricerca, e questo è bene. I rendiconti delle donazioni vengono pubblicati e si sa che i soldi dati vengono investiti per il bene di chi soffre. Ma questi individui che raccolgono soldi senza postarne l’utilizzo…sono dei cialtroni!

Ma gli altri? Non si può fare nulla per bloccare questo scempio si umanità? Sono sempre più magonata.

Genitori vuol dire proteggere dal male del mondo, accudire con amore, preparazione al brutto, ma anche far amare il bello che c’è.

“I figli iniziano amando i genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano”.

Oscar Wilde

Luigi Maria Corsanico legge: Respirare a occhi chiusi. (Ita – Fr – Eng – Esp)

Qui potrete leggere il testo in francese, inglese e spagnolo. Il testo in italiano lo trovate sul blog dI Luigi, cliccando sul seguente link: Marcello Comitini – Respirare a occhi chiusi — Letture/Lecturas Respirer les yeux fermés Je les vois presque oubliés ses vêtementsenfermés dans les placardsles pulls dans les tiroirs pleins.Et lui, comme un […]

Luigi Maria Corsanico legge: Respirare a occhi chiusi. (Ita – Fr – Eng – Esp)

Non sono mai stata amante della poesia, ma qui, grazie a Marcello e a molti altri, mi affaccio con immensa curiosità ed emozione a questo mondo magico di lentezza e parole.

Angeli senza ali

Questo brano lo dedico a tutti gli angeli senza ali, a quelli che si sentono invisibili…non lo siete, e non abbiate mai paura di chiedere una mano.

Siamo tutti soli a modo nostro, siamo diversi e viviamo come meglio riusciamo. Non facciamoce una colpa per ciò che non riusciamo ad essere o a fare.

Siamo belli così!

Lou si sente veramente come una angelo che sente
E che vola sopra ogni cosa e vive tra la gente
Lou non sa farsi vedere Lou non sa farsi sentire
Ma ci prova ogni momento Lou vive fuori dal tempo

Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride

Lou si spoglia per capire se è invisibile davvero
O se è solamente vero che Lou è un bastardo solo
Si da botte tra la gente per mostrare che è esistente
Lou si sente sempre solo bastardo figlio del niente

Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride

Quando il cielo ride
Quando il cielo ride
Quando il cielo ride

Lou si sente veramente come una angelo che sente
E che vola sopra ogni cosa e vive tra la gente
Lou non sa farsi vedere Lou non sa farsi sentire
Ma ci prova ogni momento Lou vive fuori dal tempo

Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride, lara, lara, lara, lara
Quando il cielo ride

Ricordi di vite…

Ci sono canzoni immortali, musica che ti scatena ricordi che neanche sapevi di avere, di vite che hai vissuto in posti che non esistono più e abiti di broccato e pizzo.

Ecco la mia canzone…

Penelope alla guerra- Oriana Fallaci (2/12)

L’articolo sopra è quello da dove è partito tutto.

Oggi parlerò di “Penelope alla guerra”, che in ordine cronologico è il terzo libro scritto da Oriana Fallaci nel 1962. È importante, quando si leggono libri “vecchi” sapere l’anno di pubblicazione per fissare l’epoca in cui la scrittrice creò la storia per non incappare in errori storici di eventi non ancora successi.

Siamo in Italia, e la protagonista, Giovanna detta Giò, viene mandata dal suo capo a New York un paio di mesi, per scrivere un soggetto che contenesse una storia d’amore fra un’italiana e un americano.

Era la sua prima volta in America e non vedeva l’ora di andarci, perché è stata sempre affascinata da questa città grazie a Richard, uno dei due militari americani nascosti dalla sua famiglia in casa ai tempi della seconda guerra mondiale, per proteggerli dai rastrellamenti tedeschi.

“Sai, Giovanna, ci sono case che toccano il cielo. La sera, se allunghi la mano gratti la pancia alle stelle e, se non stai attenta ti bruci le dita. La gente vola come le rondini tra i davanzali, i treni corrono sotto le strade solleticando le corna dei diavoli e i fiumi son così grandi che sembrano laghi; su questi laghi schizzano ponti sottili come aghi d’argento”

Parole di Richiard a Giovanna dodicenne

A distanza di tempo aveva saputo che quando i due soldati americani erano scappati a causa di un bombardamento sopra la città, Richard era morto.

L’entusiasmo era alle stelle, e partì all’avventura verso questo paese che sembrava quello delle fate.

Oltre a Gomez, il suo contatto americano a livello lavorativo, c’era Martine che l’aspettava (lei era la ex fidanzata di Francesco, l’uomo che Giò stava frequentando in Italia).

Martine era tutto ciò che la protagonista non era: divorziata qualche volta, (il divorzio c’era già in America) mantenuta, e senza mai senza un uomo ricco al suo fianco.

La scrittura è scorrevole, semplice, ma avvolgente: alcuni termini non si usano più, come “vo” invece di vado, o “negro” invece di afroamericano (il politicamente corretto non esisteva ancora), ma veramente gradevole alla lettura.

Questo è un viaggio vero e proprio attraverso la mente e la crescita di una donna già fuori dagli schemi per quegli anni, tutto farcito con maestria e reso ancora più intrigante da un colpo di scena al suo arrivo a New York.

Avrà vinto la sua guerra, Penelope? Tornerà a casa o si lascerà sedurre dal paese delle fate che sognava da bambina dodicenne?

” E sopportavo tutto perché una donna, dicevo, deve essere tale in umiltà e devozione. Ma chi è l’imbecille che per primo fece questo discorso? Abbiamo due braccia e due gambe ed un naso e un cervello: come gli uomini. Ma fin da bambine ci sentiamo ripetere che dobbiamo loro rispetto e ubbidienza. Perché? Abbiamo un ventre e desideri: come gli uomini. Ma loro possono far ciò che vogliono appena nati e noi fino a sessant’anni ci sentiamo ripetere che la verginità è il capitale più prezioso che una donna possa portare ad un uomo. Perché?”

Parole di Martine in un dialogo con Giò

Vademecum per Trattorie e Osterie

Mi piace mangiare in compagnia, perché è sempre un momento di condivisione.

Per lavoro ho dovuto pranzare anche in posti dove l’unica cosa che contasse veramente era l’etichetta. Sicuramente la location era di tutto rispetto, e anche le tovaglie in lino fino a terra, posate che si moltiplicavano e un cameriere pronto a versare il vino ogni volta che il bicchiere era vuoto, ma alla fine, una volta tornata a casa, (non sono una mangiona, eh!) finivo nel pub sotto casa a mangiare. Nota positiva era sempre il vino costato, a chi ha pagato, quanto dieci cene in trattoria.

Prediligo posti modesti e prezzi modici, ma ci sono delle regole ben precise per selezionare le trattorie o osterie giuste, che ho imparato col tempo e con l’esperienza di un ventennio in campagna.

IL PASSAPAROLA: frequentando moltissime persone che lavorano in trasferta e girano parecchio, come muratori, pittori, elettricisti ed idraulici, i veri intenditori sono loro: critici gastronomici e cultori del menù fisso.

IL PARCHEGGIO: quando provi un posto nuovo, soprattutto a pranzo, bisogna assicurarsi che nel parcheggio ci siano camion o tir, perché i camionisti che macinano chilometri e fanno da cavie, sanno esattamente dove si mangia bene e si spende poco.

IL BAGNO: la toilette è solitamente lo specchio della pulizia e la cura usata anche in tutto il resto della trattoria, e se il bagno è pulito, lo sarà anche la cucina (quasi senza ombra di dubbio)

L’ACCOGLIENZA: difficilmente, in un’osteria ci sarà un clima formale, ma tutti verranno salutati e fatti accomodare con un sorriso.

LA VELOCITÀ NEL SERVIZIO: conoscendo la loro clientela, (la maggior parte formata da lavoratori) nella pausa del pranzo, che mediamente è di un’ora tutto deve essere più rapido e indolore possibile, per sfamare il cliente e riusare il tavolo per il prossimo, ottimizzando spazio e tempo.

IL PREZZO: la cifra onesta e giusta per un menù fisso si aggira intorno ai dodici euro fino ad un tetto massimo di quindici, che consiste in: primo, secondo con contorno, acqua, un quarto di vino alla spina, caffè e coperto.

CORTESIE PER GLI OSPITI: ovviamente i clienti abituali godono sempre di alcuni bonus, che hanno conquistato col tempo e la frequentazione come la correzione del caffè gratis, un tipo di pane che piace di più, un posto a sedere preferito e tantissimo affetto.

LE PORZIONI: per chi è una buona forchetta, la trattoria è da sempre una meta obbligata, perché le porzioni risultano abbondanti, quindi chiedete prima di ordinare per evitare di lasciarne nel piatto metà, e fare andare il paranoia tutta la brigata di cucina, che si vede tornare indietro un piatto non pulito: potresti incappare nel titolare che ti chiede delucidazioni sul tuo avanzo disposto a darti cose sostitutive per non farti uscire con la fame, come un’amorevole nonna italiana con i nipoti.

FOTOGRAFIE IN BIANCO E NERO: osservate sui muri le fotografie, e se sono in bicolore potete stimare il loro anno di apertura, la conduzione familiare tramandata dai genitori ai figli, e un pezzo di storia del paese dove è situata.

Amo questi posti dove spesso ho lavorato, ma anche mangiato. Mi piace la familiarità che ti avvolge, e se trovi il tuo luogo del cuore diventi parte della loro quotidianità con gioia e dolori da condividere.

Non c’è cosa più bella di entrare in una trattoria e sentirsi come a casa.

Certo, non si avranno tovaglie in pizzo macramè, posate in argento e bicchieri di cristallo, ma baratto tutto volentieri con delle tovagliette, bicchieri di vetro, uno splendido sorriso accogliente, e una risata rumorosa che parte da dentro il cuore.

Previsioni per il futuro?

Alessandro Barbero è uno storico, accademico e scrittore specializzato in storia medievale.

Questo mash up potrebbe essere una previsione per il futuro. L’autunno che arriverà sarà un periodo caldo e difficile per tanti motivi.

Il 25 settembre ci saranno le elezioni, ma non voglio parlare di politica, sarebbe snervante.

Il caro bollette, il covid, il precariato…

E mentre i ricchi diventano sempre più ricchi, il popolo subirà, ma non so fino a che punto.

La violenza non è mai la soluzione giusta, quella migliore, però rifletto sempre su quanto possiamo ancora sopportare ad avere solo doveri, a tutte le volte che chiniamo la testa e facciamo sacrifici.

Per il bene della comunità, per cercare di arrivare a fine mese, e proteggere i nostri cari, i più deboli.

Le rivoluzioni sono cicliche…ricordiamocelo!

Il campionato musicale Boomers vs Millennials ha rotto il cazzo

Viviamo in tempi terribili e allucinanti, e no, non mi riferisco solo al fatto che i propri tweet e post sui social possano diventare di tendenza a nostra insaputa nel giro di pochi minuti rovinandoci la vita, alla prospettiva dell’annichilimento ambientale o che ci sia effettivamente gente che considera i carlini dei cani meravigliosi. La […]

Il campionato musicale Boomers vs Millennials ha rotto il cazzo

Oriana Fallaci – Il sesso inutile (1/12)

Ho appena finito di leggere il secondo libro, scritto nel 1961 da Oriana commissionato come reportage dal suo direttore di allora de “L’Europeo”.

Doveva essere solo un articolo per il giornale, ma poi si trasformò in qualcosa di più complesso.

Non era per nulla convinta di scrivere sulle donne e lo trovava quasi assurdo, ridicolo, ma poi incontra a cena una ragazza che conosce da tempo: bella, ricca, indipendente con un lavoro che fa meglio degli uomini. A un certo punto della serata l’amica scoppia a piangere dicendo di essere infelice. La frase da lei pronunciata turba parecchio Oriana dipanando ogni dubbio sul viaggio.

“Mi lamento proprio di quello che ho. Ti senti felice all’idea di poter fare ciò che fanno gli uomini e divenire magari presidente della Repubblica? Dio, quanto vorrei essere nata in uno di quei paesi dove le donne non contano nulla. Tanto, il nostro, è un sesso inutile.”

La frase detta dall’amica di Oriana, da cui è tratto il titolo del libro

L’itinerario studiato a tavolino si snodava in diversi punti del mondo partendo dall’Italia, al Pakistan, poi in India, Indonesia, Cina (ma dovette optare per Hong Kong a causa del visto non permesso), Giappone, Hawaii, New York e Italia ancora.

Non partì da sola, ma con il suo amico fotografo Duilio Pallottelli carico di una decina di macchine fotografiche e una borsa refrigerante dove tenere al sicuro le pellicole.

Dopo varie punture fatte all’Ufficio d’Igiene contro il tifo, la febbre gialla,il vaiolo e il colera, partirono.

Ho deciso di sottolineare le frasi o i concetti più interessanti per fissarli nella mente, ma diventa difficile quando è tutto degno di nota.

In questo libro si parla di donne famose per le loro gesta, con potere, combattive, ma anche di quelle remissive, senza alcuna possibilità di scelta o via d’uscita: quelle con il lenzuolo, i piedi fasciati e le dita rotte, di chi rimasta vedova doveva bruciare con il proprio marito defunto o lasciarsi morire di fame: solamente così sarebbero state notate e degne di ammirazione.

Poi, c’erano quelle in evoluzione, che vestivano all’occidentale come gesto di emancipazione, che non avevano bisogno degli uomini perché troppo deboli e chi per nascita era destinata a comandare o a soccombere.

Un vero e proprio saggio tratto da tutte queste esperienze dove, una donna racconta di donne senza censure, o tagli.

Correva l’anno 1961, prima del ’68 e di qualsiasi altra rivoluzione culturale, ma le donne volevano e potevano cambiare.

L’amore non è contemplato anzi, in molti casi si imparava ad amare dopo o se ne faceva a meno…troppi complicati i sentimenti per i matrimoni combinati, per le spose bambine, per le matriarche.

“C’è molto sole sui paesi dell’Islam: un sole bianco, violento, che acceca. Ma le donne mussulmane non lo vedono mai: i loro occhi sono abituati all’ombra come gli occhi delle talpe. Dal buio del ventre materno esse passano al buio della casa paterna, da questa al buio della casa coniugale, da questa al buio della tomba. E in quel buio nessuno si accorge di loro.”

“Ma tutto il mondo è sciupato, ormai. Col progresso abbiamo distrutto l’unico strumento per combattere la noia: quel difetto squisito che si chiama fantasia.”

“…”Scriva, per favore, che sulle rovine delle nostre città distrutte dal fuoco è nata una nuova generazione di donne e che queste donne non sono più un simbolo estetico o un oggetto grazioso, ma individui capaci di decidere il loro destino. Scriva che tutto ciò è  successo per via della guerra. Le donne  in Giappone,  sono le sole che hanno vinto la guerra.”

“Nel 1900, una certa signorina Kageyanache aveva tentato di rivendicare il diritto al lavoro fu arrestata come un criminale. Secondo la legge, ogni attività politica o pubblica era proibita ‘ai bambini, ai deficienti e alle donne.’

“…le donne di Niihau: libere, senza complessi, felici. Donne che ignoravano la schiavitù e l’emancipazione, l’umiliazione e la superbia: e mi davano una risposta a lungo cercata per mezzo globo terrestre.”

“La donna americana era un uomo.”

Oriana Fallaci

Ho pubblicato, qualche giorno fa, un video in cui, Oriana Fallaci parlava in una trasmissione televisiva dell’aborto, e questo intervento del 1976, mi ha folgorato.

Non ho mai letto nulla di lei, non mi sono mai informata sul suo percorso di vita e nell’ultimo periodo della sua malattia, ho sentito cose orrende sul suo conto.

Dentro di me, è scattata una domanda lecita: una giornalista, che nel ’76 difende a spada tratta l’aborto, si relaziona con gli uomini, senza averne paura, e tiene testa con domande a cui non sanno rispondere, può essere una razzista, xenofoba e di destra?

Ho chiesto ad alcuni miei amici, cosa pensassero di lei, e ognuno mi ha dato un’opinione diversa.

Quindi, ho deciso di averne una mia, ed ho comperato, con edizioni di seconda mano, sette dei suoi undici libri (più uno postumo). Gli altri libri pubblicati dopo la sua morte non li prenderò, perché non li ha scritti lei.

Inizio con “il sesso inutile”, scritto nel 1961 dopo un viaggio intorno al mondo alla ricerca delle donne e della loro felicità.

Recensirò ogni libro, perché voglio capire cosa pensasse una donna del genere, che ha girato il mondo immersa tra bombe, pericoli, ammonimenti, rabbia e burocrazia.

Una donna che ha vissuto libera, combattiva in in mondo dove, le donne, non potevano fare ciò che faceva e diceva lei.

Il quarto mondo

Ieri ho pubblicato un pezzo dei 99 Posse che parlava delle morti sul lavoro, dei salari miseri, e di tutti i soprusi che i lavoratori devono sopportare per portare la pagnotta a casa…e senza fiatare, ovviamente.

Questo pezzo, mi ha fatto aprire il cassetto della memoria su uno dei lavori che ho fatto.

Molto attinente.

Ho lavorato parecchi anni nei negozi, passando dell’abbigliamento streetwear, alle calzature, agli abiti classici. Poi, non ancora satura, ho aperto un negozio per conto mio di intimo femminile & varie.

Dopo qualche anno, a cento metri da me, apre un colosso di abbigliamento intimo e cosciente della mia morte prematura come piccola bottega, ho trovato un compratore lasciando il commercio.

Mi sono messa a battere tutte le agenzie interinali per un nuovo impiego specificando di non volere proseguire nello stesso settore per ricaricare le batterie dal contatto col pubblico.

Dopo tre giorni firmai un contratto di quattro giorni per entrare in una fabbrica di confezionamento: operaia addetta al confezionamento in catena di montaggio.

L’agenzia mi ha detto chiaramente che le tessere sindacali non erano gradite.

Nuova esperienza. Mi andava bene, ma non benissimo.

I contratti mi furono rinnovati e lavorai circa un anno e mezzo con modalità di assunzione a tre e poi sei mesi.

Il lavoro non era eccessivamente pesante, ma incominciai a notare piccoli particolari di ineguatezza sia umana che nelle condizioni di lavoro, che avevo letto solo nei libri.

Le assunzioni, (a seconda della mole di lavoro) venivano riservate alle donne extracomunitarie, ma sempre col benestare dello zoccolo duro del personale che era lì da anni. I loro contratti erano rinnovati sistematicamente ogni sei mesi, quasi in contemporanea con la scadenza del permesso di soggiorno.

I bagni usati dal personale erano sempre intasati, sporchi e puliti sommariamente il venerdì (anche quando il personale era dieci volte superiore a quello solitamente in fabbrica). Certo, le pause venivano rispettate rigorosamente: cinque minuti ogni due ore, e un’ora per il pranzo, ma il resto era il quarto mondo.

Chi era lì da anni aveva capito l’antifona e si lamentava solo con le colleghe senza farne parola ai responsabili, per mantenere il posto.

Nessun tipo di riscaldamento o areazione, l’abbigliamento non era dato, fatta eccezione di due magliette da usare quando un nuovo cliente veniva a visitare la fabbrica, e le sale per mangiare erano senza nessun confort a ridosso del bagno: ho sempre mangiato su bancali accatastati fuori nel piazzale…decisamente meglio.

La mia esperienza si è conclusa con la mia faccia a due centimetri dalla faccia del responsabile con urla e insulti.

Il resto ve lo lascio immaginare. Mai nessuno si era permesso tanto, e bollata come sindacalista piantagrane, il mio contratto non è stato rinnovato.

La cosa positiva era lo stipendio che veniva pagato regolarmente.

Ora, questa non è una situazione grave, ma vederla e viverla sono due cose diverse: una come me non può girarsi dall’altra parte senza dire nulla.

Chi accetta condizioni disumane di lavoro per tutta una serie di motivi, abbassa sistematicamente la soglia di benessere del lavoratore: se lei sopporta, perché tu no?

Ho lavorato un anno e mezzo, con il contratto che scadeva rigorosamente il 23 di dicembre e ripartiva il 7 di gennaio, ho sopportato le mani cotte e i bicchieri bollenti appena usciti dalla caldaia, il mal di schiena a caricare bicchieri sul rullo otto ore.

La fatica non mi spaventa minimamente, sono i diritti non rispettati che mi fanno salire il sangue al cervello.

“Cercano di resettarci, perché hanno paura della memoria. L’antidoto è la conoscenza collettiva, è la cultura, è l’informazione.

Naomi Klein

99 Posse – Povera Vita Mia

Correva l’anno 2000, e dopo 22 anni, cos’è cambiato? Il numero dei morti, la paga oraria è diminuita…e nessuno più lotta.

Ci siamo arresi malamente…ma io non dimentico.

Le mangiatrici di banane

Il titolo è l’indizio per capire di cosa si tratta.

Il primo pensiero, e non mentite, è che si tratti di un film porno. Purtroppo non è così, perché se lo fosse, non ci sarebbe nulla di strano.

E invece no.

Quasi nessuno sa, che il 2 agosto è la festa degli uomini, e questa notizia mi è balzata agli occhi mentre guardavo la rassegna stampa online. Sinceramente, pensavo fosse uno scherzo che non fa ridere o una notizia falsa, ma non è così.

Il 2 agosto, in un paesino si è tenuta l’annuale “Gara di mangiatrici di banane” con relativi video per documentare le prove delle concorrenti.

Ora, ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma in un periodo storico come questo dove, le donne stanno cercando di scardinare il patriarcato, di riprendersi la dignità che meritano con ogni mezzo, che lo stato ha decretato che le onorevoli e le senatrici devono essere chiamate al maschile…famo la gara de’ mangiatrici de’ banane?

Ovviamente, la parte pensante del web è insorta, ma a poco è valsa la protesta e la petizione: “Non c’è nulla di male, è divertente”, così hanno risposto gli organizzatori.

Certo. Mi sembra tutto normalissimo.

Il flyer della festa con la foto di una donna in bikini con in bocca una banana spiega perfettamente le regole del gioco.

Ho delle domande che mi lasciano perplessa: perché solo le donne possono partecipare? Perché una donna dovrebbe partecipare?

Ovviamente, non pubblicherò il volantino, perché sarebbe pubblicità.

La mia unica speranza, è che il prossimo anno non partecipi nessuno.

È passata, qualche mese fa, la legge che non si possono più usare per la pubblicità, immagini equivoche e denigratorie femminili per reclamizzare un prodotto.

UN PASSO AVANTI…CENTO INDIETRO!

Just Kids di Patti Smith (1/2)

Patti Smith non la conosco bene a livello artistico, però conosco e ammiro l’arte di Robert Mapplethorpe.

Questo libro racchiude l’essenza di anni che non torneranno più a livello creativo. Qui si parla della New York fine anni ’60 e una grande fetta degli anni ’70.

Sono follemente innamorata di quel periodo…quasi in ogni parte del mondo si davano vita a capolavori in ogni campo tramandati dai ricordi di chi c’era e li ha vissuti.

Just Kids non è solo il racconto di una storia d’amore, ma un vero e proprio documento che testimonia l’evoluzione di artisti, con le loro vite e morti premature.

Il Chelsea Hotel con i suoi personaggi, la nascita di locali come il CBGB che sarebbe diventato il fulcro della musica rock, punk, tutto raccontato da chi, quei palchi li ha vissuti, dormendo in quelle camere d’albergo e usandone la hall come pensatoio, dove si sono intrecciate le vite di poeti, musicisti, fotografi, pittori, e performer.

Di alcuni libri sottolineo le frasi o i periodi più significativi per imprimerli meglio nella memoria, ma qui sarebbe stato tutto da segnare.

Questa bellissima storia d’amore che, a un certo punto si tramuta in lealtà e amicizia incondizionata, mi ha fatto stare bene.

La cosa che più mi piace di un libro appena concluso è quando continui ad assaporarne i personaggi, gli ambienti e le sensazioni anche dopo averlo chiuso.

Just Kids mi ha lasciato questo.

Robert aveva chiesto a Patti di scrivere la loro storia, e così lei ha fatto, senza lasciare nessuna emozione fuori: tra le righe puoi “sentire” l’indissolubilità di questo legame eterno.

“Il mio studio rifletteva lo splendido disordine del mio mondo interiore, per metà garage e per metà reame da fiaba”

da “Just Kids”

“Ci pensavamo come Figli della Libertà col compito di preservare, proteggere e rinnovare lo spirito rivoluzionario del rock ‘n’ roll. Temevamo che la musica che ci aveva sfamato corresse il pericolo di una carestia spirituale.”

da “Just Kids”

Tesori nascosti

La mia lunga permanenza in città mi ha permesso di ritrovare i tesori urbani.

Foto personale

La cultura underground di una qualsiasi città si misura dalla quantità di manifesti abusivi attaccati nelle zone più frequentate da giovani, cercando gli adesivi appiccicati sopra i cestini dell’immondizia, sui pali dei segnali stradali, che solo un occhio attento e allenato riesce a vedere.

Foto personale
Foto personale

Poi ci sono i graffiti, ovviamente illegali, che non deturpano, ma abbelliscono muri fatiscenti.

Foto personale
Foto personale
Foto personale

Omaggi a personaggi carismatici

Foto personale
Foto personale

Messaggi di speranza…

Foto personale

Libri in promozione

Foto personale
Foto personale

Indicatori di centri culturali occupati

Foto personale

Tutto questo mi rende felice…sotto lo strato di normalità apparente, la gente della città non conforme, sopravvive benissimo, e si fa sentire.

In due semplici mosse…

Tutto facile, e senza fatica.

Non sai soffiarti il naso o allacciarti le scarpe? Hai difficoltà a preparare l’impasto per il cemento armato? Vuoi le istruzioni su come su alleva lo scoiattolo albino? Diagnosi per qualsiasi malattia e rimedio casalingo?

Non ti preoccupare, non andare in iperventilazione…ci sono i tutorial di You Tube, o spalmati sulla home di qualsiasi social, video, video e video di persone che ti risolvono la vita in un battito di ciglia.

Una semplice domanda: perché?

Il nostro cervello ormai, non fa più nemmeno lo sforzo di provare a far girare le rotelline per trovare una soluzione ad un qualsiasi problema: digiti cosa ti serve e dio internet fa tutto.

Questa schiavitù mentale sarà la nostra rovina.

Una volta il bacino di conoscenza era dei nonni, dei genitori, degli insegnanti o educatori: ci si confrontava e si trovavano soluzioni.

Adesso viviamo di tutorial ed anche le azioni più semplici vengono pilotate.

Ma il brivido di sbagliare e la soddisfazione di fare giusto, di trovare il rimedio autonomamente è svanito.

In due semplici mosse…

Vi svelo come…

Le dieci cose che puoi fare per…

Si è persa l’identità di tramandare di generazione in generazione rimedi casalinghi, ricette, conservazione di cibi.

E poi, se c’è scritto sul web…vi fidate? Sarà proprio così?

Siamo pigri, e più usufruiamo di questi mezzi e più perdiamo manualità nel fare le cose e nel pensare.

“Maggiore è l’ostacolo, maggiore è la gloria nel superarlo.”

Moliére

Sono rimasta in sospensione.

Ogni tanto lo trovo necessario per rimettere le cose a posto, riappropriarmi delle priorità trattenendo solo l’essenziale.

Un lavoro che mi aiuta a conciliare lo stato di “sospesa” è pitturare casa.

Il movimento del pennello, quasi sempre uguale, il rumore che produce quando lo calchi sul muro e l’esplosione di colore sull’intonaco bianco.

In autunno, invece, trovo pace con la pioggia di foglie: è sufficiente scuotere un albero mentre si è sotto ed aspettare che le foglie danzino per te. 

La perfezione tra cuore, cervello e pensieri.

Ho chiuso libri, quaderni, PC, social e mi sono dedicata a sistemare cose, a stare con persone che non vedevo da tempo, sono andata ad un concerto, ascoltato musica, camminato e camminato per strade vecchie vecchie, ma con scarpe  nuove.

Ero mentalmente intasata.

Ora non più.

Siamo liberi di farci toccare

Siamo liberi di fare finta di avere grinta

Siamo liberi di non parlare

Di accettare tutto ciò che ci fa stare male

Siamo liberi di non partire

Siamo liberi di stare fermi, sentirci inermi

Siamo liberi di non mangiare

Anche se stiamo morendo di fame

O forse siamo solo liberi, liberi di stare bene

Ritornello di “Liberi” tratto da “Caos” di Fabri Fibra

Foo Fighters – Walk

Mi dedico questa canzone e questo video ispirato ad un famosissimo film per il mio ultimo giorno di vacanza in città.

Ho camminato moltissimo, alcune volte senza una meta precisa, e questo mi ha aiutato a districare nodi e dubbi, a vedere con chiarezza ciò che era confuso.

“Walk” è stata preziosa…

Cara…

Non sono una persona ordinata, lo ammetto.

Faccio sempre mille cose contemporaneamente, e non ho mai una tabella di marcia, un programma prestabilito pur segnando tutto ossessivamente e con precisione.

Poi dimentico dove metto l’agenda nel momento in cui mi serve.

Mi piace pulire, ordinare meticolosamente in modo ossessivo, ma dopo poco tempo è tutto nel caos.

Mi sono arresa a questa condizione di ordine e caos che convivono alla perfezione: l’unico posto dove è sempre tutto in ordine al limite del maniacale è la mia gigantesca scrivania…persino le penne sono messe in fila.

Una delle cose amarcord che faccio in questo tempio è scrivere lettere.

“Cosa? Non ho capito”

Questa è stata la frase che mi è stata rivolta al mio “scrivo lettere”, quasi fosse una roba proibita, surreale, clandestina.

“Ma con la penna?”

Ancora più strano, come se carta e penna fossero stati banditi da questo mondo. Non riuscirò mai ad abituarmi alla tecnologia e solo a quella come forma di comunicazione. Certo, è tutto più immediato, ma nulla può reggere il confronto con la sorpresa di guardare nella buca delle lettere e trovarne una.

Non si ha tempo di scrivere. Davvero? Forse non si riesce più ad attendere, deve essere tutti immediato.

Se si scrive un messaggio, una mail, ormai si ha la presunzione che la risposta debba essere immediata: “L’ha letto/a. Perché non risponde?”, e sale la paranoia e gli scazzi partono come i botti di Capodanno a mezzanotte.

Ci hanno riempito la testa con slogan commerciali importati in cui devi bruciare l’asfalto camminando: “Just do it”, “Stay hungry. Stay foolish”, e sicuramente altri, perché la vita è breve, bisogna raggiungere traguardi, primeggiare, essere competitivi.

Per forza?

In questi giorni ho camminato molto in città con il mio passo veloce, ma non per fretta, è solo il mio ritmo. Rallentavo sistematicamente alla visione di persone sedute a pranzo, su una panchina, in metro, con in mano un libro. Ho visto anche un ragazzo con un Moleskine e matita che scriveva seduto su un marciapiede.

Solo amore per queste persone…ho pensato di non essere sola, di avere ancora un motivo per amare il genere umano.

Quindi si, uso la tecnologia per tantissime cose, ma scrivo a mano i battiti del mio cuore.

Turista a casa

Quando abitavo a Torino vivevo nella strada parallela al museo egizio. Ci passavo davanti quasi ogni giorno, ma non l’ho mai visitato se non all’età di sei anni in gita con la scuola, avendo incubi parecchie notti per le mummie, e a quattordici anni accompagnando dei parenti.

Stamattina ho deciso di rivisitarlo con una compagna d’eccellenza: una minorenne curiosa e carica di domande.

Pensavo, che dopo le prime stanze si sarebbe annoiata a morte, invece, con mia grande sorpresa, la visita è durata due ore.

Mi avevano detto che era stato restaurato, con l’aggiunta di reperti e sono rimasta incantata.

Penso sia una cosa da vedere almeno una volta nella vita.

All’entrata ho provato una sensazione forte, quasi inebriante, che mi è successa solamente passando vicino al Colosseo: era come entrare in collisione con qualcosa di potente, al di fuori del mio controllo emotivo.

Guardare la loro civiltà, le usanze funerarie, la cura dei particolari, le sculture intagliate perfettamente è stato come accettare il fatto di essere inferiore.

I miei occhi stupiti dalla magnificenza, l’altro paio di occhi bramosi di sapere e curiosità. Non vi posterò nulla della visita, sarebbe inutile, ma ciò che mi ha lasciato è stato il pensiero di quanto poco siamo stati capaci di assorbire.

Ci sono città che trasudano storia, in Italia soprattutto, e tutto ciò che è bellezza va protetto, ma mi sono anche chiesta cosa tramanderemo del nostro secolo alle generazioni del futuro.

Non ci sarà mai nulla che potrà eguagliare le meraviglie delle civiltà antiche: i tessuti conservati perfettamente, le reti funerarie intrecciate, il vasellame, i sarcofagi scolpiti, il rispetto per la morte.

Certo, parliamo dei faraoni, di alte cariche vicino a lui, che venivano sepolte con tutti gli onori, ma non riesco a capacitarmi del loro intelletto, di questa precisione nel curare i dettagli, il tutto conservato magnificamente anche grazie alla protezione delle piramidi.

Mi hanno sempre affascinato gli egizi, con i loro riti, ed amuleti, l’uso dei materiali più disparati, senza tralasciare la complessità dei geroglifici.

Sono felice di avere ancora la capacità di emozionarmi davanti alla bellezza assoluta.

Mummia di gatto e cane
Interno di un sarcofago

La regina della pioggia

Ogni volta che torno a Torino, succede sempre, nell’arco della mia permanenza, che piova almeno una volta.

È come una tradizione…anche quest’anno non ho deluso le aspettative!

Foto personale

Donne ribellatevi!

Sto mantenendo una calma che non ho, ma durerà veramente poco!

Nella giornata di ieri, in America, è successa una cosa che mi ha lasciato bloccata e inerme: la corte Suprema ha cancellato con un colpo di spugna il diritto d’aborto.

Quando ho letto la notizia pensavo di aver saltato qualche parola, o rigo addirittura, e invece no!

Ma siete impazziti?

Ancora una volta, a decidere al posto delle donne, un diritto sacrosanto riservato alle donne per mille motivi, è stata una manciata di bipedi…

Qualcuno, di cui non farò il nome, ha detto che è “la volontà di Dio”.

Ora, la mia posizione nei confronti della religione la conoscete benissimo, ma una riflessione edulcorata la voglio fare: se questo fantomatico Dio misericordioso avesse questo tipo di volontà, ossia far crescere nel ventre materno un piccolo essere frutto di una violenza, con difficoltà fisiche e mentali protratte in tutta la sua vita, o semplicemente un figlio non desiderato per mille motivi, penso che nemmeno lui sarebbe stato d’accordo con la decisione che è stata presa.

La devono smettere di nascondersi dietro false intenzioni e soprattutto finirla di decidere per le donne: abbiamo un cervello, lo usiamo e possiamo farcela a prendere decisioni per noi stesse!

La situazione, in soldoni, è questa: ogni stato può adottare le leggi proprie, ma molti avevano già il divieto di aborto e la pillola del giorno dopo potrà essere somministrata. Ma grazie! Che magnanimità!

Pensate che così le donne smetteranno di abortire, perché Mike, Jack e Jon hanno deciso così?

Aspettiamoci una caterva di morte per aborti clandestini.

Donne americane uscite e ribellatevi…fate casino, bloccate tutto!

Benvenuti nel 1950.

Che schifo!

Il tempo di vivere

Il simbolo classico delle 24 ore di una giornata è la torta.

Tolte le fette della notte (circa otto ore variabili) ne rimangono sedici a cui sottraiamo le solite otto per lavorare.

Otto ore di vita, in cui devi mangiare, lavarti, occuparti della casa, fare la spesa, e pensare ai bisogni familiari.

Riflettevo su quanto poco tempo abbiamo per decidere cosa fare di gratificante…il tempo di vivere, appunto.

Se siamo abbastanza veloci nelle attività canoniche e quotidiane, o se come me non dormite otto ore, è possibile scippare tempo da devolvere alla vita.

Certo, è magra consolazione avere una manciata di ore per godere di ciò che amiamo, ma altro non si può fare.

È deprimente pensare alla nostra vita come fette di un grafico in cui la parte più grande è devoluta a procurarci il sostentamento per sopravvivere.

Come possiamo uscire da queste sabbie mobili?

Non si può, o meglio, dobbiamo tagliare gli sprechi di tempo: le cose che reputiamo inutili, tutto quello che ci sbarra la strada e ci rallentata.

Ognuno ha le sue zavorre, i suoi gattini attaccati ai maroni che sono diversi per dimensioni e volumi.

Ci sono giornate che pensi siano produttive, in cui hai concluso molto, ma per te cosa fai?

Questa roba della collettività debilita l’umore, e non serve all’individuo.

Io sono uno colabrodo per quanto riguarda lo spreco di tempo: aiuto tutti, indistintamente, ascolto, cerco soluzioni, risolvo dispute, sedo malumori.

Poi, rifletti e ti trovi a rivalutare il caro e vecchio egoismo: limiti la tua disponibilità e inverti il senso di marcia.

Perché devo sbattermi?

Il tempo è prezioso e se devo investire il mio, ora punto tutto su di me. Non smetterò di essere ciò che sono, ma selezionerò con cura con chi usare il tempo di vivere.

Il condominio con vista mare di WordPress

Ho cominciato a scrivere qui su WordPress quasi per gioco e senza nessuna pretesa.

In giro per l’internet ero ormai satura di tutto: i social canonici pieni zeppi di tuttologi mediocri e troppo aggressivi mi hanno reso ostile al mezzo e sono arrivata qui, con tutte le mie ignoranze tecnologiche, senza quasi più tolleranza verso gli altri.

Una mia cara amica ci scrive da anni, ma sinceramente non pensavo di trovare così tanta bellezza e talento in ordine sparso.

Ho un pessimo rapporto con il web e tutti quelli che ci vivono, ma qui mi sono sentita, per la prima volta, libera di essere e basta: senza etichette, e appagata in modo significativo da tutte le persone che ho incontrato.

Non che io sia mai stata preoccupata dell’opinione o del giudizio di altri: solitamente faccio spallucce e vado avanti per la mia strada, ma uno scambio civile sarebbe gradito.

Si, persone, perché i followers li lascio a chi conta i like e sembra che importi solo il numerino che sale; a me frega fare una cosa vecchia e inusuale: parlare attraverso questi nuovi strumenti di comunicazione, interagire come se fossimo reali…

…perché lo siamo!

Abbiamo brutte giornate, ci incazziamo e gioiamo per una piccola conquista, riflettiamo sulla quotidianità.

Grazie a molti di voi ho letto poesie (mai piaciute), sentito musica lontana dai miei canoni, imparato ricette di cucina, ascoltato per la prima volta un podcast, coniato acronimi, trovato nuove letture stupefacenti e disegni emozionali, dialogato con persone attente e molto simpatiche, ma cosa importantissima non mi sono mai sentita giudicata e sempre rispettata.

E molto altro…mi avete arricchito l’anima!

Potrà essere banale, ma avevo perso la speranza nel genere umano da diversi anni.

Il condominio WordPress per me è un posto dove rilassare la mente e nutrire gli occhi, ma anche un luogo dove sviluppare continue riflessioni con calma e in modo costruttivo.

Mi piace pensare a questo contenitore come ad una zona protetta, uno stabile con tanti appartamenti dove ci sono arrivi e partenze, dove s’intrecciano legami duraturi, e se si ci arrampica sul tetto si può vedere il mare al tramonto in compagnia godendo la vista insieme: la semplicità della meraviglia!

Non è una sviolinata, non sono in grado di farne. Posso solo ringraziarvi tutti di essere come siete.

Ripubblico il mio primo post a cui sono molto affezionata:

PROMOZIONE LETTERARIA

Originally posted on 2010: Fuga da Polis: Nell’ ottica social-collaborativa che guida da sempre le pagine e le vicissitudini del presente Blog, pensavo l’altro giorno che (comealsolitoèunmiopensieroecomealsolitomancoadirloèovviochepoifateunpo’tutticomecazzovipareecimancherebbepure) sarebbe carino conoscerci un po’ meglio. Uno dei modi, che coinvolge per il momento solo quelli fra noi che hanno in qualche modo pubblicato le loro opere (o la…

PROMOZIONE LETTERARIA